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Credimi, non serve una relazione per avere un legame traumatico

Elisabetta Rossi4 min di lettura
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Credimi, non serve una relazione per avere un legame traumatico — Lifestyle
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Durante un gruppo terapeutico ho avuto una rivelazione: il legame con una mia amica non era una semplice amicizia, ma un legame traumatico che agiva a livello inconscio.

Può sembrare strano, perché spesso si associa il legame traumatico alle relazioni amorose, a storie di abuso o drammi dove passione e dolore si intrecciano. Ma la realtà è più sfumata. Io ho riconosciuto questo schema proprio nella mia amicizia, un modello che risale all’infanzia: la necessità di compiacere e il dover sempre esprimere i miei bisogni con cautela, come se dovessi anticipare di uscire sconfitta dalla situazione.

Quando cresci, cambia anche la dinamica

Per più di 20 anni questa dinamica è rimasta nascosta, guidata da vecchi schemi: mi ritiravo, davo ragione a lei, evitavo i conflitti, facevo attenzione a come parlavo per non ferirla.

Poi ho iniziato a lavorare su me stessa, ad approfondire la conoscenza di me, e lei ha sostenuto questo cambiamento solo per un po’, probabilmente perché sentiva che qualcosa tra noi stava cambiando. Col tempo ho imparato a esprimere le mie opinioni senza paura e a non temere il disaccordo.

Ed è qui che la magia si è spezzata: ciò che prima funzionava è diventato un attacco per l’altra persona. Ho tracciato i miei confini, e questo ha scatenato una guerra fredda, sensi di colpa e risentimenti. Mi sono sentita come se fossi tornata alle situazioni difficili dell’infanzia. Non è stato facile, ma non ero più quella bambina, e alla fine ho detto chiaramente: questa amicizia è finita.

Il legame traumatico non esiste solo nell’amore

Per molto tempo ho pensato che il legame traumatico riguardasse solo le relazioni tossiche. I film hollywoodiani lo mostrano come un’altalena emotiva, ferite profonde e riconciliazioni appassionate che ricominciano da capo. Oggi so che questo schema può nascondersi anche nelle amicizie.

Non conta chi è l’altro (partner, amico o collega), ma che sia fonte di conforto e dolore allo stesso tempo. Questa dualità lega così forte che è difficile uscire dalla routine o capire cosa succede dentro di noi.

Inoltre, queste relazioni non sono sempre negative: spesso i momenti più belli creano i legami più forti: risate condivise, segreti, senso di alleanza e la consapevolezza di attraversare le stesse difficoltà. Ci aggrappiamo a questi momenti anche quando il comportamento dell’altro fa male. I ricordi felici sono così nostalgici da farci dimenticare quelli dolorosi.

Può sembrare che la relazione sia speciale e insostituibile, ma camminiamo su un filo di cristallo per paura di dire qualcosa di sbagliato o di non reagire nel modo “giusto”, perché altrimenti arriva la distanza, il dolore o il sentirsi senza valore.

Non aiuta riconoscere o accettare la situazione il fatto che in queste dinamiche di solito ci si incolpa da soli, pensando che se avessimo parlato diversamente, se fossimo stati meno duri o sensibili, se non avessimo chiesto troppo… tutto andrebbe bene. Così però lavoriamo contro noi stessi, mettendo da parte i nostri bisogni per non “rovinare” nulla, e finiamo per restare ancora più intrappolati.

Il prezzo della libertà: l’identità

Nella mia storia la svolta è arrivata quando ho smesso di colpevolizzarmi e ho detto quello che sentivo, senza essere aggressiva ma con chiarezza. La reazione dell’altra persona è stata decisiva.

La mia amica ha iniziato insultandomi e ferendomi, poi, riconoscendosi, ha proposto di tornare a parlare di argomenti quotidiani. Sì, i temi di tutti i giorni garantiscono la calma piatta e che nulla cambi davvero.

La perdita è stata dolorosa, perché quell’amicizia era stata una parte importante della mia vita per anni. Ma è stata anche liberatoria: finalmente non dovevo più stare attenta, non dovevo più temere che il suo buon umore o affetto dipendessero da quanto riuscivo a soddisfare le sue aspettative. Lasciare andare ha significato capire che non devo aggrapparmi a qualcosa che non mi nutre più, ma mi trattiene. L’energia liberata l’ho potuta dedicare, tra le altre cose, a rafforzare le mie altre amicizie.

Il legame traumatico non è una debolezza, non significa che tu sia poco o che l’altro sia terribile, ma che le esperienze passate lavorano ancora dentro di te. Il primo passo è riconoscere che non è normale sentirsi sempre insicuri, tesi o colpevoli in una relazione. Il secondo è tracciare i confini e dire chiaramente cosa non sei più disposto a sopportare.

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