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«Non voglio essere la ragazza troppo easy» – Il mito che le commedie romantiche ci hanno fatto inseguire

Schuster Borka3 min di lettura
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«Non voglio essere la ragazza troppo easy» – Il mito che le commedie romantiche ci hanno fatto inseguire — Relazione

Se qualcuno mi chiedesse da dove ho preso, da adolescente, l’idea che la “brava ragazza” sia easy, spensierata, sempre sorridente e mai troppo esigente, probabilmente non saprei indicare una fonte precisa. Era piuttosto un messaggio che si insinuava piano piano, goccia a goccia, da ogni angolo della cultura pop: film romantici, serie teen, romanzi, persino le rubriche di domande e risposte di Bravo.

La narrazione era sempre la stessa: se vuoi piacere a un ragazzo, non mostrare mai quanto ci tieni, non essere un “peso”, non aspettarti troppo. La sua libertà era un bisogno indiscutibile, mentre la ragazza... beh, doveva solo essere contenta di poter stare lì vicino.

E da bambina, tutto questo sembrava anche un po’ romantico. Chi non vorrebbe essere la “cool girl” che è easy, non fa storie, beve la birra dal bicchiere al bar (ma senza rovinarsi il rossetto rosso), ride a tutte le battute e non chiede mai “ma alla fine, che siamo noi?”. Hollywood ci ha insegnato: se parli troppo presto dei tuoi sentimenti, spaventi. Se fai notare qualcosa, è “dramma”. Se dici che ci tieni sul serio, è “troppo”.

Così abbiamo imparato a trattenere noi stesse. “Non gli scrivo di nuovo, non voglio sembrare insistente.” “Non chiedo perché non risponde da giorni, sarà solo impegnato.” “Non dico che mi ha ferito, passerà.”

Da adulta vedo chiaramente: il mito della “ragazza easy” non è solo falso, è proprio dannoso. È l’immagine idealizzata di una donna che non esiste – e non dovrebbe neanche esistere. Da noi ci si aspetta che siamo presenti, gentili, attraenti… ma senza avere le nostre aspettative, bisogni o voce. Come se una donna fosse “brava” solo se non dà fastidio, non chiede, non parla.

Non dico che in una relazione sana ci sia spazio per gelosie costanti o per soffocare l’altro. Il partner non deve diventare il centro del nostro mondo, e credo che tutti abbiano bisogno di spazio e vita propria. Non credo però nel controllo, nelle recriminazioni dettate dall’ansia, o nell’idea che amare significhi passare ogni minuto insieme.

Ma non credo nemmeno che l’amabilità richieda un’umile ritirata.

Non voglio essere la “ragazza easy”. Non voglio comprimermi per entrare nell’idea di qualcuno su cosa significhi avere una ragazza che c’è quando serve, sparisce quando non serve, e soprattutto non crea mai problemi in nessun ambito.

Ho bisogni. Ho limiti. Ho una voce. E sì, desidero cura, attenzione, un partner che comunichi, che sia presente. Che non si limiti a “stare con me”, ma costruisca con me. Qualcuno che viva il nostro legame come una connessione, non come un disturbo.

Se per qualcuno è troppo che dica quando qualcosa mi fa male o che pretenda di essere pari, il problema non sono io. Mi dispiace, ma voglio una relazione, non un ruolo secondario nella vita di un protagonista maschile.

Da adulta sono certa di una cosa: una relazione che funziona solo se sto zitta non è una relazione. È solo un’illusione. E reprimere me stessa è un prezzo troppo alto da pagare per qualcosa che non esiste.

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