Molti di noi cadono nell’errore di costruire la propria immagine solo sulle proprie capacità. Anch’io per molto tempo ho pensato che le mie competenze – ciò in cui sono brava, ciò che ho imparato – fossero uguali al mio valore come persona.
In realtà, l’autostima sana ha un livello molto più profondo: quel sentimento originario che il solo fatto di esistere mi rende preziosa quanto chiunque altro. Quando stringevo la mia laurea summa cum laude o tenevo in mano il mio primo libro, speravo che quella base interiore si consolidasse. Ma non è stato così.
Recentemente ho letto un articolo di Alice Boyes. Mentre scorrevo la lista preparata dalla psicologa, mi sono riconosciuta chiaramente. I miei amici spesso mi fanno complimenti e elencano i miei successi, io annuisco, ma dentro non sento il peso di ciò che dicono. In pratica, ho imparato a sminuire i miei successi, come se fossero solo frutto del caso e non la prova del mio valore – Alice Boyes mi ha messo davanti a uno specchio.
Non sono un supereroe che si prende tutto sulle spalle
Una delle scoperte più difficili è stata capire che la mia troppa autonomia potrebbe essere solo una maschera per la mia bassa autostima. Prima sentivo spesso che dovevo fare tutto da sola e chiedere aiuto significava ammettere una debolezza. Che si trattasse di una visita medica stressante o delle faccende di casa, mi convincevo che da “adulta competente” non avessi bisogno di supporto.
Oggi, per fortuna, ho capito che questa testarda indipendenza non è forza, ma paura: paura che se non sono perfettamente autosufficiente, non valgo abbastanza. Credo di aver fatto i progressi maggiori proprio qui, anche se a volte penso ancora di “chiedere troppo” quando cerco aiuto.
Tutti possono sbagliare, tranne me
È curioso come, mentre permetto agli altri di sbagliare, vedendo l’errore come parte naturale dell’apprendimento, con me stessa sono sempre stata e sono severa.
Spesso pretendo di eccellere subito in tutto, anche in ambiti a me completamente estranei.
Guardando indietro, vedo chiaramente che non mi sono mai concessa la pazienza che spetta a chi è alle prime armi. So bene però che se non accettiamo che il progresso passa attraverso gli errori, ogni nuova sfida diventa solo un’occasione in più per colpevolizzarci... Devo imparare che “non lo so ancora” non significa “non sono capace”.

Quando gli errori del mondo pesano sulle mie spalle
Spesso ho sentito tensione anche in situazioni in cui non avevo colpa, come se ogni piccolo inciampo del mondo fosse la prova delle mie imperfezioni. Per esempio, se mio figlio aveva una giornata difficile a scuola, subito mi chiedevo se le mie scelte educative fossero completamente sbagliate.
Solo dopo ho realizzato che probabilmente c’erano altri fattori in gioco, oltre ai miei errori materni. La vita a volte succede semplicemente, e una difficoltà imprevista o una mancanza altrui non tolgono nulla alla nostra dignità interiore.
Mi sono concentrata sulle mancanze, non sui risultati
È molto più facile pensare a ciò che non ho ancora raggiunto che a ciò che ho già conquistato. È una ruota senza fine: se lavoro molto, mi sento in colpa perché dovrei andare più veloce e ottenere di più.
Se invece aumento il ritmo e mi impegno ancora di più, subito arriva un’altra voce: dovrei vivere di più, riposare, stare con la mia famiglia. Se investo nella mia crescita, mi chiedo subito se non sto esagerando o se non sono egoista a prendere soldi alla famiglia per farlo.
Ho capito che con questa mentalità guardavo sempre al gradino successivo, invece di fermarmi un attimo a godermi la terrazza che avevo già costruito sulla mia casa...
La consapevolezza che i miei risultati non faranno il lavoro interiore dell’amore verso me stessa è dolorosa ma anche liberatoria. Perciò ora il mio percorso è imparare a separare i miei successi e fallimenti dal mio vero io. Forse la certezza più grande che possiamo avere nella vita è che siamo nati amabili, anche quando chiediamo aiuto, sbagliamo o semplicemente esistiamo.











