Da ungherese bianco cresciuto in Ungheria, per molto tempo ho creduto che il razzismo fosse solo un concetto teorico. Ne ero consapevole, certo. Avevo sentito commenti, visto come si parlava dei “diversi”, percepito le disuguaglianze sistemiche: chi ha una pelle diversa dalla mia ha meno opportunità, più ostacoli e preoccupazioni diverse dalle mie. Ma tutto questo non mi aveva mai toccato personalmente. Non era rivolto a me. Non parlavano di me. Era facile pensare di capire il problema, mentre in realtà lo osservavo solo da fuori.
È cambiato tutto quando da adulto ho avuto un partner nato da un matrimonio metà arabo e metà ungherese. È cresciuto qui, parla ungherese come madrelingua e vive secondo codici culturali ungheresi. Spesso nessuno nota le sue origini, finché non dice il suo nome. A quel punto cambia qualcosa nell’aria. Un mezzo sorriso, una domanda, un “ah, capisco” seguito spesso da una battuta. O qualcosa che vorrebbero fosse una battuta. Non con cattiveria, ma che comunque mi fa stringere lo stomaco.
Il razzismo non urla sempre
Spesso è silenzioso, “innocente”, scherzoso. Si manifesta in commenti dietro cui si nasconde un pregiudizio, ma vengono detti ridendo. Ho notato che questi mi disturbano molto più di lui. Lui spesso scrolla le spalle o sorride con indulgenza. Ci è abituato. Non se li prende. Sa che non parlano di lui, ma di chi li dice. Io invece – perché lo amo – mi offendo anche per lui. Mi arrabbio. Mi sento a disagio. Vorrei rispondere, difenderlo. Anche se lui non lo chiede.
La cosa più difficile che ho dovuto imparare in questa relazione è che la sua esperienza non è la mia. Non devo reagire sempre al suo posto. A volte il mio sdegno benintenzionato parla più di me che di lui. Perché ciò che per lui è quotidiano, per me è uno shock. E mentre io sto ancora imparando tutto questo, lui ha già costruito strategie di sopravvivenza.

Ho imparato ad ascoltare. A chiedere cosa per lui va bene e cosa no. Quando vuole che prenda posizione e quando è meglio andare avanti.
Ho imparato ad accettare che non posso cambiare il nostro ambiente da un giorno all’altro, e che non tutte le battaglie sono mie.
Ma anche che ci sono momenti in cui è importante intervenire. Quando il silenzio normalizza ciò che non è normale.
La difficoltà non sta solo nelle reazioni esterne, ma anche nel vedere il paese e l’ambiente in cui mi muovevo comodamente sotto una luce diversa. Scopro cose che già conoscevo, ma da una prospettiva nuova, che a volte fa male, stanca o irrita. Non pesa sulla nostra relazione, ma rende la realtà più visibile.
Una cosa è certa: per il mio amore tutto questo non conta. Non lo scuote, non lo insicura. Perché lo amo. Non un’identità, non un’origine, non un’etichetta, ma lui. E questo amore non sarà mai scoraggiato da pregiudizi stupidi e limitati. Se ho imparato qualcosa, è che questi commenti non parlano di noi, ma di chi vede il mondo attraverso pochi stereotipi.











