C’è un tema che torna spesso nelle nostre conversazioni e che ultimamente mi tocca sempre più profondamente: il mio nome. Più precisamente, io sono chi sono grazie al mio nome – e non lo cambierei nemmeno se un giorno ci sposassimo.
Non è una ribellione a gran voce, ma una certezza silenziosa dentro di me. So che ancora oggi molte persone trovano strano che una donna non prenda il cognome del marito. Per me, però, non si tratta di distanza, ma di rispetto per la propria identità.
Qualche decennio fa non era una scelta
Un tempo ogni donna diventava automaticamente "-né" senza chiedersi se le piacesse o se lo sentisse davvero suo. Per me il "-né" suonava un po’ come dire: di Szabó, di Varga, di István… come se con il matrimonio la donna diventasse proprietà del marito. Non per cattiveria, ma per una mentalità di un’epoca diversa.
Oggi per fortuna viviamo in un mondo diverso. Possiamo scegliere: mantenere il nostro nome, prendere quello del partner o anche creare un cognome doppio. Questa libertà per me è davvero liberatoria.
Ho riflettuto molto sulla mia resistenza
Il nostro rapporto con il matrimonio è sempre stato altalenante, ma dopo tutto questo tempo posso dire con sicurezza che non nasce da dubbi. Anzi, è come se fosse un modo per rispettare la libertà dell’altro.
Ci sono stati momenti in cui eravamo certi che non avevamo bisogno di tutto quel trambusto. Poi, in situazioni come la nascita di un figlio o le pratiche burocratiche, il tema è tornato. Legalmente sarebbe tutto più semplice da sposati, non lo nego.
Ma ogni volta che arrivavamo al punto del "e adesso davvero?", sentivamo che il matrimonio sarebbe stato più una questione pratica e una spesa extra che avremmo potuto investire in viaggi. Questa realtà ci ha sempre fatto desistere.
La forza del nostro legame non dipende da una firma. Abbiamo sempre detto che se per l’altro è importante, siamo dentro – perché la felicità condivisa viene prima di tutto. Ma il documento non aggiunge nulla a ciò che già sentiamo.
Una cosa però è certa: se mai ci sposassimo, io manterrò il mio nome.

Non è distanza, è identità
Per molto tempo ho faticato a spiegare perché lo sento così forte. Non ho nulla contro la famiglia di mio marito, anzi! Amo sinceramente mia suocera e mio suocero, li rispetto e li considero come una seconda famiglia. Sono parte della mia vita da quasi vent’anni e li penso con tanta gratitudine.
Quindi non è il cognome o la sua origine il problema. Semplicemente sento che quella strada non è la mia storia. È bella, rispettabile, parte di me, ma non tutto. Il mio nome contiene qualcosa di chi sono sempre stata e non voglio che si offuschi dietro un altro nome.
Quando è nata nostra figlia, che ha preso il cognome del padre, ho riflettuto molto. Pensavo che fossi io quella fuori dal coro a livello familiare, ma poi ho capito che non mi disturba affatto. Il nome si adatta perfettamente a lei, è armonioso, naturale, ritmico e brillante.
Ho anche pensato che forse tengo al mio nome perché scrivo con quello da quando ero adolescente e il mio libro è uscito con quel nome. Conta sicuramente, ma sentivo che mancava ancora qualcosa nella mia analisi.
Ho ricevuto una conferma dal mondo dei numeri
Recentemente ho esplorato la questione anche dal punto di vista della numerologia. Non è una forma di divinazione, ma uno specchio di auto-conoscenza che lavora con le energie di numeri e lettere. Calcolando la vibrazione del mio nome attuale, è stato sorprendente vedere quanto sia in sintonia con la mia vita, i miei obiettivi, la mia vocazione e ciò che rappresento.
Per curiosità ho poi calcolato cosa succederebbe se prendessi il cognome del mio compagno – sia solo il suo, sia un doppio cognome. Il risultato non coincideva con quello attuale, ma curiosamente entrambe le versioni portavano la stessa energia e lo stesso numero. Non negativo, solo diverso – qualcuno che, secondo l’analisi, non sono io e non vorrei diventare nemmeno dopo il matrimonio.
È allora che ho capito davvero: non tengo al mio nome per allontanarmi, ma perché così posso essere pienamente me stessa.
Parità, scelta, libertà
In Italia non è ancora molto comune, ma trovo bellissimo che sempre più uomini scelgano di prendere il cognome della moglie dopo il matrimonio. Per me è uno dei segni più belli di parità: non si tratta di "a chi appartiene chi", ma di una nuova famiglia che nasce con un nome e una decisione condivisi.
Non credo che tutti debbano fare così, né che sia obbligatorio mantenere il proprio cognome da nubile. Ma è bello vedere che oggi non esiste più una sola strada. Possiamo permetterci di scrivere la nostra storia – sulla carta e nella vita. Perché anche nelle relazioni più belle, restiamo davvero uniti solo se rimaniamo fedeli a chi siamo sempre stati.











