È difficile uscire da questo circolo vizioso, perché dopo una certa età la vita da single può diventare un vero svantaggio. All’inizio, la solitudine è davvero sinonimo di libertà: sperimentare, essere indipendenti, sentire che "ora tutto è possibile"... Non devi adattarti, non devi rendere conto a nessuno, le tue decisioni riguardano solo te.
Poi, quasi senza accorgersene, l’atmosfera cambia: la condizione di single non è più scontata, ma – per molti – richiede una spiegazione. A un certo punto non si tratta più di “ti piace?”, ma di “perché sei ancora così?”.
Una ricerca recente rivela che questo passaggio inizia molto prima di quanto immaginiamo, e non è tanto la mancanza di amore a renderlo difficile, quanto il peso mentale. Gli studiosi dell’Università di Zurigo hanno seguito per anni oltre 17.400 giovani adulti, ottenendo un quadro sorprendentemente preciso di quando la solitudine diventa una vera sfida – non in teoria, ma nel benessere quotidiano.
Quando ancora non conta – e quando invece sì
Secondo lo studio, durante le prime relazioni, tra i 16 e i 17 anni non c’è quasi differenza nel benessere tra chi è single e chi è in coppia. Anche se da adolescenti sembra una questione di vita o di morte, i dati dicono altro. Né la solitudine né la depressione sono più alte tra chi è solo in quel momento.
A quell’età succedono tante altre cose insieme, quindi lo stato sentimentale non riesce a diventare una questione centrale. Ma il punto di svolta arriva presto. A 18 anni si nota già una differenza nel grado di soddisfazione della vita: chi è ancora single è un po’ meno soddisfatto rispetto ai coetanei in coppia. All’inizio è un cambiamento lieve, quasi impercettibile, ma da lì in poi le strade si separano chiaramente.
Intorno ai 19 anni cambia anche il modo in cui si vive la solitudine. A quell’età quasi tutti cercano il proprio posto nel mondo, ma i single percepiscono più intensamente e più spesso l’isolamento. Non perché manchino persone care intorno, ma perché sempre più spesso si sentono soli in qualcosa. Gli esperti sottolineano: non è una fase breve che passa da sola. Negli anni venti le differenze non si appianano, anzi, crescono gradualmente.
Perché dopo i 24 anni diventa davvero difficile?
Lo studio mostra che dopo i 24 anni il “costo mentale” della solitudine aumenta nettamente. La sensazione di solitudine cresce rapidamente, mentre la soddisfazione per la vita cala ancora. A questo punto il benessere di single e persone in coppia si allontana in modo misurabile, non solo percepito.

La depressione segue un ritmo diverso: le differenze emergono intorno ai 23 anni e diventano evidenti verso la metà o la fine dei vent’anni. Gli esperti spiegano che non si tratta di un cambiamento improvviso, ma di un processo graduale che spesso si sottovaluta, soprattutto quando sembra che “vada tutto bene”.
Secondo i ricercatori, uno dei fattori più forti dopo una certa età non è tanto il malumore costante, quanto il peso delle aspettative sociali.
Un single di 19 anni è considerato “perfettamente normale” dalla società, ma una persona di 28 anni senza esperienze serie di coppia può facilmente sentirsi fuori posto, in ritardo rispetto agli altri e sotto pressione per giustificarsi.
Verso la fine dei vent’anni aumentano le aspettative su impegni e famiglia, e questa pressione alimenta una crescente tensione interiore.
Il circolo vizioso da cui è difficile uscire
Un benessere più basso rende più difficile conoscere persone e creare legami: meno energia, più insicurezza, più ansia per quello che c’è in gioco, mentre la solitudine prolungata peggiora tutto. Questo circolo vizioso si attiva già nei primi vent’anni e diventa sempre più difficile da interrompere – non perché impossibile, ma perché si accumulano sempre più cose da gestire.
È importante sottolineare che questa ricerca sfata un grande mito: il benessere misurato a 16-17 anni non predice chi resterà solo a lungo termine. In altre parole, non è vero che “chi non trova il partner da giovane non ha speranze di felicità dopo”.
Inoltre, chi ha iniziato una relazione romantica durante lo studio – anche a metà o fine vent’anni – ha subito riportato un aumento della felicità e una diminuzione della solitudine. Questi benefici sono durati fino ai 29 anni, anche se la relazione è finita.
Cosa ci insegna davvero questo studio?
Non che non si possa vivere una vita piena senza una relazione, perché molte persone single sono equilibrate e soddisfatte. Lo studio evidenzia piuttosto che dopo una certa età il peso mentale della solitudine tende ad accumularsi, creando un circolo vizioso da cui è sempre più difficile uscire senza consapevolezza. La buona notizia? Questo schema non è una condanna: connettendosi davvero con gli altri si può migliorare in qualsiasi momento.











