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Tre vite e nessun salvataggio: quello che i videogiochi degli anni '90 ci hanno insegnato sul fallimento e la perseveranza

Szabó Erzsébet4 min di lettura
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A volte mi chiedo se la nostalgia per la mia infanzia dipenda semplicemente dal calore di quei ricordi lontani, o se gli anni '90 avessero davvero qualcosa di irripetibile. Una qualità nell'aria, nel modo in cui vivevamo le giornate, che oggi fatico persino a descrivere.

Quel che so con certezza è che, in quegli anni, nulla sembrava abbastanza pesante da non poter essere affrontato con un po' di curiosità e una buona dose di incoscienza. E quella disposizione interiore, quella capacità di andare avanti nonostante tutto, ci ha plasmati in modo profondo — molto più di quanto realizziamo.

Fango, zecche e vittorie condivise

Ripensando alle estati nei campeggi, mi rendo conto di quanto fossimo liberi — di una libertà che oggi sembra quasi inimmaginabile. Le gambe piene di graffi, i capelli arruffati, il sole che bruciava: niente di tutto questo importava davvero quando c'era una guerra di bandiere da combattere.

La sera ci toglievamo le zecche a vicenda come se fosse la cosa più normale del mondo. E quando arrivava il temporale, invece di cercare riparo, prendevamo le pale e scavavamo fossati attorno alle tende per proteggere i sacchi a pelo. Bagnati fino alle ossa, ridendo.

Quei momenti non li ricordiamo come traumi. Li ricordiamo come vittorie. Ci hanno insegnato, senza che nessuno ce lo spiegasse, che i problemi non si evitano — si risolvono. E quella lezione, anche ora che siamo rinchiusi davanti a uno schermo per ore, continua a lavorare in silenzio dentro di noi.

La scuola delle tre vite

Non sono mai stata una gamer accanita — e all'epoca non conoscevo quasi nessuno a cui si adattasse davvero quell'etichetta. Eppure il nostro primo incontro con il mondo digitale ha lasciato tracce profonde nella nostra psicologia collettiva.

Ricordo pomeriggi interi persi nei disegni millimetrici di Paint, la tensione silenziosa del Campo Minato, la frustrazione irrazionale del flipper. E poi c'era Mario: saltare, schivare, morire. Ricominciare. Quando finivano le tre vite, non esisteva scorciatoia: si tornava all'inizio del livello, senza pietà e senza eccezioni.

Quel sistema apparentemente crudele ci ha insegnato, quasi senza che ce ne accorgessimo, a pianificare, a riconoscere gli schemi, a costruire una pazienza che oggi è diventata una risorsa rara.

Quando il fallimento era solo un altro tentativo

Dal punto di vista psicologico, la differenza tra la nostra generazione e i giovani di oggi è affascinante. I giochi e le app moderne guidano l'utente passo dopo passo, salvano automaticamente ogni secondo, eliminano quasi del tutto l'esperienza della sconfitta. Noi, invece, ci siamo formati sul metodo del tentativo e dell'errore.

Se qualcosa non riusciva, lo mettevamo da parte per qualche ora. Ma poi ci ritornavamo sopra, perché sapevamo che prima o poi ce l'avremmo fatta.

Non esistevano mappe online né soluzioni istantanee da cercare su internet: dovevamo usare la nostra testa, la nostra logica, la nostra memoria. Quel processo ha allenato la nostra tolleranza alla frustrazione in modo radicale. Abbiamo imparato che perdere non è la fine — è parte del percorso di apprendimento.

Per chi è cresciuto tra la generazione X e la generazione Y, il "Game Over" non ha mai significato la fine del mondo. Solo un momento di silenzio, prima di premere di nuovo Start. Abbiamo imparato che il successo si conquista, e che la strada verso una soluzione è spesso lastricata di tentativi falliti e ripetizioni noiose.

Anche di noi dissero che eravamo perduti

Prima di lasciarci trasportare troppo dall'autocompiacimento, vale la pena ricordare una cosa: anche di noi dissero che saremmo diventati una generazione perduta. I nostri genitori ci osservavano preoccupati mentre stavamo incollati alla televisione o vagavamo nei meandri di un internet ancora grezzo e rumoroso.

Erano convinti che i videogiochi ci avrebbero resi violenti, e che il mondo digitale ci avrebbe alienati dalla realtà. Eppure, eccoci qui.

Oggi riversiamo le stesse preoccupazioni sulle generazioni successive. Ma proprio come noi abbiamo trovato i nostri strumenti per stare al mondo, anche loro stanno costruendo le proprie risposte — a una realtà che cambia così in fretta da lasciarci spesso senza parole.

Forse i ragazzi di oggi non riprovano qualcosa cento volte di fila. Ma gestiscono la realtà con un'empatia digitale, un pensiero sistemico e una consapevolezza globale per cui noi, a loro età, non avevamo nemmeno le parole.

Le nostre "tre vite" ci hanno insegnato la perseveranza. Le loro "vite infinite" li stanno forse insegnando qualcosa di altrettanto prezioso: la flessibilità e la capacità di reinventarsi senza confini.

Quindi, prima di giudicare, aspettiamo di vedere come va a finire. In fondo, ogni generazione ha trovato il suo modo di andare avanti — anche quando la vita ha urlato "Game Over". Si preme Start, e si ricomincia.

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