Come tanti, porto con me dalla mia famiglia di campagna quella frase radicata: “chi non lavora, non mangi”. Da bambino non era un principio astratto, ma una verità quotidiana e scontata. Il lavoro non era solo un dovere, ma anche un metro di misura: una persona era utile finché contribuiva alla collettività. Finché faceva, produceva, portava a termine compiti.
Questa visione mi ha dato solide basi morali e una buona etica del lavoro, non lo nego. Mi ha insegnato a prendermi responsabilità, a farmi affidare e che il lavoro ha un peso reale.
Oggi però non credo più che solo chi contribuisce attivamente alla società meriti i bisogni fondamentali. Basta pensare ai bambini, agli anziani o ai malati per capire che questa idea non regge. Non sono “inutili”, non valgono meno, non meritano meno cura.
Siamo una società perché ci prendiamo cura anche di chi non può farlo da solo.
Non distribuiamo empatia e sicurezza solo in base alle prestazioni.

Per molto tempo mi sono valutata solo attraverso il lavoro
Eppure, per molto tempo non sono riuscita a fare mia questa consapevolezza. Credevo che potessi valutarmi solo attraverso il lavoro svolto. La sera passavo in rassegna tutto quello che avevo fatto durante il giorno. Se la lista non era abbastanza lunga, provavo senso di colpa. Se invece spuntavo tutte le voci, e persino anticipavo qualche compito del giorno dopo, mi rilassavo soddisfatta. Come se il mio valore fosse direttamente proporzionale al numero di cose fatte.
Dopo un po’ però una domanda ha iniziato a farsi strada: sto valutando me stessa o il lavoro che ho fatto? Se un giorno faccio meno, valgo meno? Se sono malata, stanca o semplicemente senza energie, perdo il diritto di trattarmi bene? Di riposare, gioire, esistere?
Ho capito che avevo confuso il concetto di “utilità” con quello di autostima. Non volevo solo lavorare bene, ma mi permettevo di esistere solo a certe condizioni. Se avevo successo, potevo essere soddisfatta. Se no, arrivava l’autocritica. E questo a lungo andare non insegna disciplina, ma mancanza d’amore.

La vera svolta è arrivata quando ho iniziato a imparare consapevolmente cosa significa amarmi senza condizioni. Non è stato un percorso immediato. All’inizio ho solo evitato di rimproverarmi dopo una giornata “non produttiva”. Poi ho imparato che non devo giustificare ogni pausa, ogni no, ogni momento in cui non faccio “nulla di utile”. Ho capito poco a poco che il mio valore non si misura dalle spunte sulla lista delle cose da fare.
Questo non significa che improvvisamente non consideri più importante il lavoro o che non valga più la mia affidabilità. Amo lavorare bene, amo essere considerata e sono orgogliosa di ciò che creo. Ma non è più da qui che traggo il mio valore. Non devo guadagnarmi il diritto di trattarmi bene. Non devo dimostrare nulla per meritare riposo, gioia e pazienza verso me stessa.
Oggi penso che essere utili sia una bella cosa. Ma essere umani non è un premio, è uno stato naturale. E merito di trattarmi bene anche quando non sto facendo nulla di “utile”.











