Questa è una notizia positiva, perché la nostra salute mentale è importante quanto quella fisica, e diciamolo, la società italiana avrebbe davvero bisogno di stare un po’ meglio con la testa.
È bello vedere che molti cercano di capire le cause dietro i loro conflitti e vogliono comprendere il proprio comportamento – così costruiscono relazioni più sane.
Tuttavia, come ogni conoscenza, la psicologia è anche potere, e va usata con responsabilità. Il problema nasce quando questa conoscenza – o meglio, una mezza conoscenza – viene usata non per conoscersi, ma per controllare o manipolare gli altri.
Non so se oggi esistano conversazioni in cui non si senta qualcuno lamentarsi di essere “gaslighted”, “narcisista” o che gli si “proiettino i propri traumi”. Non dico che queste parole non abbiano mai fondamento, ma sembra che le lanciamo un po’ troppo facilmente anche nelle chiacchiere di tutti i giorni.
Così facilmente che mi chiedo: riconosciamo davvero sempre così bene lo stato d’animo dell’altro, o abbiamo iniziato a usare questi termini terapeutici per dimostrare di avere ragione, evitando però di prenderci le nostre responsabilità?

La mia esperienza con la manipolazione psicologica
L’ho vissuta sulla mia pelle: in un precedente lavoro ho avuto un conflitto con un collega che sembrava molto esperto di psicologia.
Nei nostri colloqui usava spesso termini tecnici, diagnosticandomi. A volte diceva che usavo meccanismi di difesa, altre che avevo un attaccamento evitante e per questo non riuscivo a collaborare in modo sano.
All’inizio gli ero anche grata, pensavo mi aiutasse a vedere i miei errori, e apprezzavo la sua calma e costruttività nei conflitti. Solo dopo ho iniziato a sospettare che queste “diagnosi” fossero in realtà strumenti per destabilizzarmi e imporre la sua volontà.
Il pericolo più grande è che il linguaggio psicologico dà autorevolezza. Se qualcuno usa questi termini con sicurezza, tendiamo a credergli, anche se ha letto solo qualche libro o visto qualche video.
In situazioni emotivamente cariche – come una discussione sul lavoro o una difficoltà di coppia – è ancora più difficile vedere chiaramente, soprattutto se siamo insicuri o vulnerabili. E proprio in questi momenti si rischia di perdere quei confini che la psicologia indica come fondamentali per il nostro benessere.
È importante ricordare che la psicologia serve prima di tutto a conoscerci meglio, non a diagnosticare gli altri. Gli strumenti terapeutici e i concetti funzionano in modo sicuro solo nelle mani di esperti – da non esperti è facile abusarne, anche senza volerlo. E se siamo coinvolti in un conflitto, difficilmente possiamo vedere la situazione dell’altro con obiettività. In questi casi è meglio chiedere aiuto a un professionista esterno, come un mediatore o un terapeuta.
E forse la cosa più importante: se vogliamo farci capire o capire l’altro, proviamo a comunicare in modo semplice e umano. Invece di usare termini psicologici alla moda, diciamo cosa sentiamo, cosa ci serve o cosa ci ha ferito. Il vero dialogo nasce da parole sincere, non da gergo tecnico.











