Ho vissuto in diverse situazioni economiche e non nascondo che alcune erano più favorevoli di quella attuale. Però non è una situazione drammatica, anzi, mi sento fortunata: riesco a garantire una vita stabile per noi, abbiamo un tetto sopra la testa, cibo a sufficienza, esperienze, libri e anche un gelato d’estate. So però che nulla è scontato e che devo tenere sotto controllo le spese e i limiti.
Per molto tempo ho riflettuto se un bambino debba sapere qualcosa sulla situazione economica della famiglia. Non voglio che la mia bambina di sette anni si preoccupi per i soldi. Non voglio che pensi di dover rinunciare a qualcosa o che dipenda da lei se possiamo permettercelo. Da bambina io stessa ho vissuto molte ansie su questo e non vorrei che le capitasse anche a lei.
Allo stesso tempo, non voglio che pensi che le cose “ci siano semplicemente”. Che dietro a scarpe, cibo, vacanze o luce ci sia solo magia, senza lavoro, tempo ed energia.

Non le parlo di cifre precise
Non sa quanto guadagno e non sento che debba saperlo: a questa età i numeri non le dicono molto. Parliamo però molto di come sono fatte le cose. Non di soldi, ma di ore di lavoro. Quando vuole qualcosa, non le dico “è costoso”, ma “per questo ci vorrebbe molto lavoro e ora dobbiamo pensare ad altro”. Così il denaro non è un divieto, ma un legame.
È importante anche che veda come gestisco i soldi io. Uso unapp per il budget dove registro tutte le entrate e le uscite. È diventata una cosa naturale per noi. Spesso è lei a ricordarmelo dopo aver pagato al negozio: “Mamma, scrivilo nell’app!” A volte mi chiede proprio di mostrarle come stiamo messi.

Non le interessano le cifre, che per lei sono ancora astratte. Ma capisce molto bene la parte visiva: per esempio la linea verde che indica il budget per la spesa, che si assottiglia lentamente durante il mese. Vede che se compriamo spesso qualcosa quella linea si accorcia più in fretta e anche come cresce il denaro che mettiamo da parte per l’estate. Per lei ha senso, senza creare ansia.
Vorrei che da adulta avrebbe un rapporto sano con il denaro. Che non ne abbia paura, ma che non lo consideri infinito o qualcosa di astratto e intangibile.
Se lo sapesse: il denaro è uno strumento, non una ricompensa né una punizione.
E soprattutto, se capisse che dietro ogni cosa che abbiamo c’è il lavoro – e quando spendiamo soldi, in realtà decidiamo se il tempo speso vale la pena.
Non so se esista una ricetta perfetta. Ma sono certa che l’onestà, a misura di bambino, vale molto più del silenzio. Non le insegno numeri, ma relazioni. E forse un giorno, quando capirà anche le cifre, questa sarà la base sicura su cui costruire.











