Per me, il nuovo anno è stato a lungo sinonimo di compromessi interiori: quest’anno sarà diverso, davvero. Meno procrastinazione, più movimento, viaggi, confini più chiari, vita più organizzata…
La lista cambiava ogni anno, ma la sensazione no: il mio entusiasmo svaniva in un attimo, mentre la pressione restava. È stato interessante scoprire che, nonostante gli altri mi vedessero come una persona tenace, io non sentivo quella forza dentro di me quando si trattava di instaurare nuove abitudini a lungo termine.
Dopo tutto questo, ovviamente mi promettevo: “l’anno prossimo sarò ancora più tenace”. Era quasi inevitabile che mi trovassi in situazioni che mi facevano capire che ci sono cose che non si possono cambiare solo con la forza di volontà – almeno non in quel momento e in quel modo.
Negli ultimi anni non ho più fatto i classici propositi, né grandi decisioni. Però, a fine anno, riflettevo sempre su cosa avevo realizzato, cosa era andato storto e dove sarei tra un anno guardando indietro da qui.
Quest’anno, però, ho scoperto per la prima volta che alcune persone non scrivono obiettivi o liste, ma scelgono una sola parola per il loro anno. Ho subito sentito che questa idea mi apparteneva molto.
Una parola che non spinge, ma accompagna
È una scoperta stimolante che un nuovo inizio possa essere qualcosa che ti tiene sulla strada senza stressarti. La parola dell’anno non è rumorosa né impone, ma si siede accanto a te. È come una bussola: non ti dice cosa fare dal primo gennaio, e forse non “scatta” subito dentro di te.
Potrebbe emergere solo mesi dopo, in un momento di scelta inaspettata, quando ti chiedi se accettare un altro impegno, restare in una situazione stancante o concederti una pausa…
A prima vista, una sola parola non sembra richiedere cambiamenti evidenti, ma può innescare trasformazioni profonde. Entra nelle tue giornate, nel modo in cui ti parli in una mattina difficile, nel rapporto con il tuo corpo quando non hai voglia di muoverti, o nella reazione a un conflitto in cui prima ti saresti arreso.
In più, la parola dell’anno non scade a fine anno: se funziona, resta con te, si integra e diventa parte della tua personalità.

Da dove nasce una sola parola?
Non immagino la scelta della parola dell’anno come un colpo di fortuna tra due fuochi d’artificio e un brindisi, ma piuttosto come un processo lento e silenzioso.
Può emergere durante una lunga passeggiata, o mentre rivedo foto e appuntamenti dell’anno passato. Oppure può arrivare in un momento del tutto ordinario…
Per me, la chiave non è cosa voglio raggiungere, ma cosa voglio coltivare. Quale parte di me è stata trascurata? Cerco più tranquillità o più coraggio? Dolcezza verso me stessa o fermezza verso gli altri?
Non importa se emergono più parole o se nessuna sembra perfetta. La parola giusta è quella che non pesa sul petto, che non spinge ma apre uno spazio per te. Quando la trovi, è utile dirla, scriverla, condividerla con qualcuno – così diventa un punto di riferimento, non solo un bel pensiero!
Un anno che non parla di dimostrare
Per me, la parola dell’anno non significa dover fare di più o spuntare liste, ma imparare a riconoscere quando ho davvero bisogno di qualcosa. Non sento più il dovere di diventare ogni anno una versione migliore di me stessa in modo evidente. Avvicinandomi a me stessa, questo succede naturalmente.
E se durante l’anno dimentico la direzione, basta una sola parola per ricordarmi dove mettere il focus.











