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Mamme in minigonna: perché giudichiamo chi resta donna anche dopo il parto?

Schuster Borka5 min di lettura
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Mamme in minigonna: perché giudichiamo chi resta donna anche dopo il parto? — Lifestyle
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Ho amiche che per tutta la vita si sono sentite più a loro agio in jeans e t-shirt, ed è perfetto così. Io, invece, mi sono sempre riconosciuta nei capi femminili, un po' più audaci. E anche questo va benissimo. Eppure chi appartiene a questa seconda categoria spesso ha la sensazione che, dopo essere diventata mamma, non potrà più rimettere i suoi vestiti di un tempo — nemmeno quando è così fortunata da rientrarci di nuovo.

Per qualche motivo continuiamo a non riuscire a fare pace con un'idea semplicissima: una mamma non è soltanto una mamma, ma anche una donna. Sui social, ogni giorno, si leggono commenti sotto le foto di mamme che si vestono in modo audace — o, secondo me, semplicemente normale — con una minigonna, un abito aderente o un paio di shorts. I commenti sono sempre gli stessi: «Una mamma non dovrebbe vestirsi così». «Potrebbe pensare anche ai figli». «Alla sua età non si addice più».

Come se la maternità coincidesse con la rinuncia a sé stesse. Come se dopo il parto dovessimo automaticamente dire addio al nostro corpo, ai nostri desideri, alla nostra femminilità.

Ma con la maternità la donna non scompare. Non smettiamo di essere persone con un corpo, con emozioni e desideri che ci appartengono. Il nostro corpo resta lo stesso, porta solo esperienze diverse. Il parto, l'allattamento, le notti insonni possono lasciare un segno, ma quel corpo è comunque nostro.

Non appartiene alla collettività, non appartiene alla società. Non appartiene al vicino che si sente in diritto di criticare una mamma di tre figli perché pubblica una foto in crop top al mare. E nemmeno a chi commenta convinto che «certi vestiti non si mettono più, una volta diventate madri».

La radice del problema: continuiamo a usare due pesi e due misure

Una mamma «non deve essere provocante, non deve essere sexy, non deve mettersi in mostra» — ma se il marito la lascia, la prima domanda è sempre: «Chissà perché?». E la risposta si nasconde spesso in un'alzata di spalle: «Si sarà lasciata andare». «Non era più quella di quando si erano conosciuti».

Quindi se una mamma continua a comportarsi da donna la giudichiamo, ma allo stesso tempo diamo per scontato che non possa pretendere attenzione o amore proprio in quel ruolo desessualizzato. È una gabbia strettissima, in cui non esiste una risposta giusta. Esistono solo sensi di colpa e la pressione di dover corrispondere alle aspettative.

Ecco allora la frase che per molti suonerà scandalosa: va benissimo che una mamma resti anche un essere sessuale. Non deve nascondersi, non deve relegare in fondo all'armadio le sue minigonne o i suoi abiti scollati solo perché ha messo al mondo qualcuno. Crescere un figlio non significa aver rinunciato a sé stesse.

La femminilità non è un interruttore che spegniamo sulla soglia della sala parto. E non è nemmeno qualcosa da tenere segreto. Ci appartiene esattamente quanto la maternità.

Naturalmente la vita sessuale dei genitori non riguarda i figli — vale per le mamme come per i papà — ma non è sano nemmeno trasmettere loro il messaggio che le mamme non siano donne.

Se i bambini non vedono mai la propria madre vivere serenamente il suo corpo e la propria bellezza, imparano una cosa precisa: che la femminilità ha una data di scadenza. Che quando un giorno diventeranno genitori a loro volta, dovranno nascondersi. Che essere madri significa mettersi da parte.

Per questo è importante ripensare a cosa comunichiamo alle mamme — in pubblico, tra amiche o con le battute che scappano ai pranzi di famiglia. La maternità non è un ruolo in cui la nostra identità si dissolve: è un nuovo strato che si aggiunge. Si può essere genitori amorevoli, presenti e devoti restando allo stesso tempo donne sicure di sé, attraenti e sensuali. E questo non è soltanto accettabile: è liberatorio.

Non è la minigonna a misurare la maternità — e non è la società. È il modo in cui amiamo, e il modo in cui restiamo fedeli a noi stesse.

Perché una mamma viene giudicata per come si veste?

Perché la società continua ad applicare un doppio standard: si pretende che una madre non sia provocante, ma allo stesso tempo non le si perdona di "lasciarsi andare". È una gabbia in cui, di fatto, non c'è mai una risposta giusta.

Diventare mamma significa rinunciare alla propria femminilità?

No. La maternità non cancella la donna: è un nuovo strato che si aggiunge all'identità. Si può essere genitori presenti e devoti restando allo stesso tempo donne sicure di sé e attraenti.

Che messaggio trasmettiamo ai figli con questi giudizi?

Se i bambini non vedono mai la madre vivere serenamente il proprio corpo, imparano che la femminilità ha una scadenza e che essere madri significa mettersi da parte. Per questo vale la pena ripensare a cosa comunichiamo, anche con le battute più leggere.

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