Sono bravissima a collezionare tensione invisibile per mesi, immaginando che là, sotto le palme, immersa nel profumo salato del mare, tutto si risolverà come per magia e tornerò a casa completamente trasformata.
Sono seduta su una splendida spiaggia spagnola, guardo l'alba e le pochissime persone che passeggiano, perché sono arrivata presto e intorno a me dormono ancora quasi tutti. I colori sono perfetti in quel modo quasi kitsch delle cartoline o delle foto curate nei minimi dettagli dagli influencer di viaggi. Le onde sono quasi invisibili, lambiscono la riva con un ritmo lento e rilassante. Oggettivamente, questo momento dovrebbe essere la definizione stessa della felicità pura e del riposo meritato.
Mentre sto lì seduta sulla sabbia fine, mi tornano in mente quei meme tipici che girano in rete, con lo slogan: "non puoi scappare dai tuoi problemi andando in Spagna", seguito dall'immagine di una persona che balla spensierata e felice con la didascalia: "io e i miei problemi in Spagna". È in quel momento che mi ha colpita la consapevolezza che fino ad allora avevo nascosto a me stessa con tanta abilità: i meme fanno ridere, ma la realtà mi aveva davvero raggiunta. Ho capito che potrei trovarmi nel posto più bello e pacifico del mondo, e sentirei comunque esattamente lo stesso dolore che porto nel profondo. Vivo le stesse cose che vivo a casa, solo che ora lo sfondo è molto più bello.
Il peso dei bagagli invisibili
Secondo le leggi della fisica, oggi è incredibilmente facile e scontato percorrere migliaia di chilometri in poche ore, ma la psiche umana purtroppo non funziona così. Ovunque tu vada, porti con te te stesso, i tuoi pensieri e tutto quel groviglio di emozioni mai vissute fino in fondo.
L'ultimo anno non è stato clemente con me. Si sono susseguite onde che hanno scosso alle fondamenta il mio senso di sicurezza. Tutto è iniziato con una perdita profonda e insostituibile, un'assenza dolorosa che ha lasciato all'improvviso un vuoto enorme nelle mie giornate. E le fatiche dell'anima sono passate quasi subito anche nel corpo.
Una dopo l'altra sono arrivate le prove fisiche: una "visita" al pronto soccorso, un intervento inaspettato e, appena avrei potuto tirare il fiato, una nuova serie di esami che mi hanno portata alla routine quotidiana dei farmaci. Tutte queste ferite del corpo e dell'anima, il lutto, il senso di impotenza, lo stato di allerta costante, le ho infilate in valigia tra i vestiti estivi.
Credevo che, volando abbastanza lontano, il mio corpo provato e la mia anima stanca sarebbero guariti da soli. Ma le palme non fanno terapia, e nemmeno l'acqua salata del mare lava via le assenze che non abbiamo ancora elaborato.
Nel silenzio, le emozioni represse afferrano il microfono
Nelle giornate frenetiche, l'essere sempre sotto pressione e la corsa continua sono un meccanismo di difesa che funziona benissimo ed è persino socialmente (ri)conosciuto. Se ho sempre mille cose da fare, se corro da un progetto all'altro, semplicemente non ho il tempo di sentire, non mi resta spazio per le voci interiori. E nel nostro mondo basato sul lavoro, lo stress finisce per legittimare se stesso: chi non accetterebbe la spiegazione "sono tesa e triste perché devo lavorare tanto"?
Ma cosa succede quando arriviamo finalmente alla tanto attesa vacanza e all'improvviso il rumore esterno si spegne? Niente più email, niente impegni obbligatori, niente scadenze incalzanti. Ed è proprio allora, in quel silenzio desiderato, che le nostre ansie represse afferrano il microfono e cominciano a coprire persino il rumore del mare. Ecco perché la vacanza, da sola, non cura nulla. Funziona piuttosto come una lente d'ingrandimento enorme e impietosa, che mostra con precisione chirurgica cosa sta succedendo dentro di noi, quando finalmente non c'è più nulla a distrarci dalla nostra realtà.
Ho fatto tantissimi viaggi bellissimi nella mia vita, e anche questo è stato un'esperienza meravigliosa, piena di una bellezza irripetibile. Eppure non sono stata felice e serena per tutto il tempo, e il mio sistema nervoso non si è disteso come per incanto al terzo giorno. Ma forse è proprio per questo che è diventato uno dei viaggi più importanti della mia vita. Ho capito che cambiare ambiente è una cosa fantastica, che ispira e ricarica, ma non potrà mai sostituire il lavoro onesto e profondo di conoscenza di sé. La prossima volta che sentirò il bisogno di fuggire, conoscerò già la verità: non è un nuovo canyon o un paese lontano che devo cercare sulla mappa, ma devo sedermi con me stessa e cominciare, con pazienza e amore, a mettere ordine lì dentro.
Perché la vacanza non risolve i problemi interiori?
Perché ovunque andiamo portiamo con noi i nostri pensieri e le emozioni non elaborate. Cambiare ambiente può ispirare e ricaricare, ma non sostituisce il lavoro interiore su noi stessi.
Perché l'ansia sembra emergere proprio in vacanza?
Nel quotidiano la fretta e gli impegni fanno da distrazione e tengono a bada le emozioni represse. Quando il rumore esterno si spegne, nel silenzio quelle emozioni tornano a farsi sentire con forza.
Allora viaggiare non serve a niente?
Al contrario: un viaggio può essere un'esperienza preziosa e rivelatrice. Funziona come una lente d'ingrandimento che mostra cosa accade davvero dentro di noi, aiutandoci a capire da dove ripartire.











