Mi piace pensare che, anche se con salite e sentieri tortuosi, il cammino dell’umanità vada avanti e che come società e comunità diventiamo sempre migliori.
Le vicende delle ultime settimane però mostrano che, almeno quando si tratta di oggettivazione del corpo femminile, negli ultimi anni non abbiamo fatto molti passi avanti.
Qualche anno fa ero l’unica a far sentire la mia voce sul tram contro quell’uomo che teneva il telefono quasi davanti al mio naso per zoomare comodamente sulle gambe di una ragazza e fotografarla senza che lei lo sapesse. Quando gli ho chiesto cosa stesse facendo, si è messo sulla difensiva. Si è lamentato che ero io a metterlo in imbarazzo (!!!) sul tram.
Fotografare le gambe delle donne sembra non essere ancora un tabù, anzi – c’è chi addirittura lo incoraggia. E ciò che mi rattrista di più è leggere nei commenti sotto le notizie a riguardo che molti cercano ancora scuse per questo comportamento.
L’argomento “se non vuole essere fotografata non dovrebbe vestirsi così” – se così si può chiamare – è talmente insensato e stupido che non riesco a immaginare che lo credano davvero anche chi lo sostiene.
Non voglio credere che qualcuno non riesca a capire un principio fondamentale: il corpo di una donna è suo. Solo suo. Nessuno, mai, in nessuna circostanza, dovrebbe avere potere su di esso. Almeno, non dovrebbe.

La nostra scelta
Quando una donna indossa una minigonna, dei pantaloncini corti o qualsiasi altra cosa, sta decidendo lei stessa del proprio corpo. Ha scelto di mostrare le sue gambe. Non importa se lo fa perché ha caldo o perché vuole sentirsi sexy: conta solo che ha preso una decisione sul suo corpo.
Nel momento in cui viene scattata una foto senza il suo permesso, che finisce nel telefono di qualche disturbato o magari su una rivista con migliaia di copie, quella decisione le viene tolta. Non è più padrona del proprio corpo.
Non credo che chi cerca scuse non riesca a vedere questa differenza fondamentale tra mostrare le proprie gambe e fotografare quelle degli altri. Temo che il problema sia più grave: lo vedono e non gliene importa. Non ci credono. Non credono che il corpo di una donna sia suo, che una donna possa esistere non solo in relazione a loro. Non credono che una donna possa essere una persona completa, a pieno titolo, per se stessa.
Questo mi fa venire un nodo allo stomaco. Perché se oggi le mie gambe non sono mie, chi può sapere cosa mi toglieranno domani?











