Con l’età arrivano inevitabilmente esperienza e saggezza, proprio come è successo a queste cinque donne.
Crollata
All’università, se dicevano che l’elaborato doveva essere lungo almeno 10 pagine, io ne consegnavo sempre almeno 20. Ricordo la gioia e l’orgoglio quando un mio professore scrisse nella valutazione: “Perfetto, così si fa!” Per me era il massimo riconoscimento, perché volevo sempre essere perfetta.
Ho portato questo atteggiamento anche nella vita adulta, ma mi ha solo fatto soffrire, perché non mi restava energia per altro. Volevo eccellere in ogni ambito al punto da distruggermi. Ho perso il ciclo, dimagrito, i capelli hanno iniziato a cadere. Sono andata da diversi medici e tutti dicevano che non avevo problemi fisici, solo che mi stavo stressando troppo.
All’inizio ho pensato che il mio corpo mi avesse tradita, ma in realtà mi stava solo avvisando di rallentare. È stato un crollo nervoso a farmi cambiare prospettiva. Ora sono più indulgente con me stessa, ascolto i miei bisogni e faccio solo ciò che serve.
Dinamo
Il mio ex capo mi chiamava dinamo perché non mi fermavo mai. La pigrizia dei colleghi la prendevo come un’offesa personale e mi arrabbiavo profondamente, visto che io davo il 200% mentre loro il 60-70%.
Poi è arrivata la mezza età femminile con la sua invisibilità e trascuratezza, così ora do solo il 70%, non di più. (E il mio 70% vale ancora più del 110% di altri.) Il mio più grande successo è stato abbassare una soglia irrealistica e imparare a essere serenamente nella media.

La figlia maggiore
Essendo la figlia e nipote maggiore – soprattutto femmina – ho sempre sentito il dovere di fare da esempio ai più piccoli. Mi piaceva questo ruolo e all’epoca lo apprezzavo davvero. Nessuno me lo imponeva, volevo sempre superare il 100% perché associavo l’eccellenza alla “bontà”.
Credevo che mi avrebbero amata solo se fossi stata la migliore, come se l’amore fosse qualcosa da meritare con i risultati. Ho vissuto una vita “perfetta” fino a 42 anni, poi il divorzio è stato un enorme fallimento. Era la prima cosa che non riuscivo a sistemare, nonostante i miei sforzi.
Con il tempo ho capito che stavo meglio da sola. Il divorzio non era una maledizione, ma una benedizione. Ho iniziato a liberarmi dalle catene che mi ero messa da sola e da allora mi sento sempre più leggera.
Non faccio più liste di cose da fare, non ho sensi di colpa se mi sveglio a mezzogiorno nel weekend e non rispondo subito a tutti. Vado a fare la spesa senza trucco e non è un dramma se la casa non è perfettamente in ordine. Quest’anno ho alzato il livello: ho detto a tutti che non cucinerò il menù di Natale e nemmeno comprerò regali, perché voglio riposare.
Le magliette
Ero la mamma modello, la moglie modello, la lavoratrice modello, la figlia modello, la sorella modello, tutto. Ho iniziato a lasciar andare quando un giorno ho deciso di non stirare più le magliette. A che serve? Tanto si stendono addosso. Poi è toccato alle lenzuola, perché tanto si sgualciscono comunque.
Da lì è partata una valanga. Ho scoperto che la mia famiglia non muore di fame se non cucino due piatti principali ogni giorno, mia madre sopravvive se non rispondo subito e il mio lavoro non crolla se dopo le sei di sera non prendo il telefono o prendo un giorno libero.
Non posso spiegare quanto sia tutto più facile ora. Finalmente non mi agito più, ma mi concedo di godermi la vita. La mediocrità per me è stata la vera liberazione.
La “lode”
Al primo lavoro digitavo i miei appunti fino a notte fonda e segnavo le parti importanti con tre evidenziatori colorati. Ricordo un collega che guardava i fogli a occhi spalancati e mormorava: “Oddio. Accanto alla parola ‘iperperformante’ c’è la tua foto nel dizionario…”
Dal tono capii che non era un complimento e io non lo presi come tale. Curiosamente, quelle parole mi tornarono in mente solo decenni dopo, quando nonostante il mio perfezionismo fui licenziata, mio figlio maggiore non mi parlava e mio marito mi disse che si era innamorato di un’altra.
In quel momento “sono andata in tilt” e ho capito che ero pazza a sforzarmi così tanto. Da allora sono un’altra persona: ero iperperformante, ora il mio obiettivo è solo la normalità.











