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"Lo vogliono tutti": come si risponde quando un oggetto diventa un'ossessione in casa

Margherita Lupo4 min di lettura
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"Lo vogliono tutti": come si risponde quando un oggetto diventa un'ossessione in casa — Famiglia
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Basta un annuncio online, un'edizione limitata, una data di preordine che gira nelle chat, e in casa cambia il clima. Il figlio che di solito risponde a monosillabi improvvisamente ha molto da dire: quanto costa, quando esce, perché è importante, perché stavolta è diverso. Succede con un accessorio da gaming come con un paio di scarpe, una felpa, un telefono. La conversazione che ne nasce, se va male, occupa tutta la settimana. Se va bene, invece, è una delle occasioni educative più utili dell'anno.

Non è mai solo l'oggetto

Quando un ragazzino desidera qualcosa con quell'intensità, raramente sta desiderando l'oggetto in sé. Sta desiderando di essere dentro una conversazione. In un gruppo, avere la cosa di cui tutti parlano significa avere qualcosa da dire, e a dodici o quindici anni avere qualcosa da dire è una forma di sicurezza. C'è anche una componente di identità: quell'oggetto dice "io sono uno che gioca a questo, che ascolta questo, che sta con quelli lì".

Se in casa liquidiamo la richiesta con "è una sciocchezza", non stiamo dicendo che l'oggetto è superfluo. Stiamo dicendo che è superfluo il bisogno che c'è sotto. E i ragazzi lo sentono benissimo: da quel momento smettono di raccontarci cosa desiderano, e cominciano a organizzarsi da soli.

Il no che regge e il no che non regge

Un no regge quando ha una ragione stabile e comprensibile: quest'anno il budget è quello, quella cifra è fuori scala per noi, l'abbiamo già deciso per il compleanno. Un no non regge quando cambia forma ogni giorno: prima è "non ti serve", poi "vediamo", poi "se ti comporti bene". Quel tipo di no insegna una cosa sola, cioè che insistere abbastanza a lungo funziona, e trasforma ogni settimana in una trattativa.

Prima di rispondere conviene prendersi ventiquattr'ore. "Ne parlo con papà e ti dico domani" non è una fuga, è un modo per non decidere sotto pressione. E quando la risposta arriva, arriva intera: cosa si può fare, cosa no, entro quando. La chiarezza abbassa la tensione molto più della disponibilità.

L'attesa non è una punizione

La parte più preziosa di queste richieste è che permettono di allenare una cosa che il commercio online ha reso rarissima: aspettare. Un oggetto che arriva dopo tre mesi di salvadanaio, o dopo che si sono messi da parte i soldi dei regali e qualche lavoretto, viene vissuto in modo completamente diverso da uno che compare sul tavolo il giorno dopo.

Funziona bene la formula del contributo: tu metti una parte, noi mettiamo il resto, e la parte tua la definiamo insieme in modo che sia sfidante ma raggiungibile. Non serve umiliare nessuno con cifre impossibili. Serve che ci sia una fatica reale e visibile, perché è quella a dare valore. Aiuta anche scrivere le cose: una data, una cifra, un piccolo foglio sul frigo. Rende l'attesa concreta invece che infinita.

Attenzione a legare gli acquisti ai voti

La scorciatoia più diffusa è trasformare l'oggetto in premio: se vai bene a scuola, te lo compriamo. Sembra motivante e per qualche settimana lo è. Il problema è che sposta il senso dello studio fuori dallo studio, e crea un precedente che poi va rilanciato ogni volta con qualcosa di più grande. Meglio tenere separati i due binari: i risultati scolastici si commentano per quello che sono, gli acquisti si decidono in base al budget familiare e ai tempi concordati.

Vale la pena anche guardarsi allo specchio. Molti genitori si arrabbiano davanti a un desiderio così acceso perché il proprio rapporto con le spese è complicato: sensi di colpa, ricordi di quando non si poteva, oppure la fatica di dire no a se stessi. Riconoscerlo aiuta a rispondere al figlio che si ha davanti, invece che a una vecchia storia.

Devo dire di sì per non farlo sentire escluso?

L'esclusione fa male davvero, quindi la preoccupazione è legittima, ma comprare non è l'unico modo di rispondere. Puoi riconoscere il disagio a voce alta, aiutarlo a trovare alternative dentro il gruppo e spiegare con calma il perché di quel limite: i ragazzi tollerano molto meglio un no motivato che un sì dato per paura, e nel tempo imparano che il loro posto tra gli amici non dipende solo da cosa possiedono.

Come lo faccio partecipare alla spesa senza farlo sentire in colpa?

Presentando la cosa come un progetto comune e non come una prova di merito: "ci arriviamo insieme, tu metti questa parte". Evita di ricordarglielo ogni giorno e di usare la cifra come argomento nelle discussioni, perché è lì che il contributo smette di essere un allenamento e diventa un peso.

Informazioni sull’autrice

Margherita Lupo

Margherita Lupo scrive di relazioni, famiglia e del clima emotivo silenzioso che dà forma a entrambe. La attirano i temi che altre rubriche saltano — suoceri, cani, l’amicizia diventata strana a trent’anni — e li tratta con la stessa cura dei grandi argomenti.

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