Sono cresciuta in un piccolo paese di appena seicento abitanti. Il luogo dove ho vissuto la mia infanzia è pieno di ricordi: un parco giochi ai margini del paese, dove il cigolio delle altalene si mescolava al latrato dei cani; le sere d’estate passate a grattarsi le punture di zanzara con gli amici; e quel silenzio familiare che ancora riconosco ovunque lo senta. Ma più di tutto, a questo posto associo un senso di vulnerabilità, paura e voglia di andarmene.
La mia infanzia non è stata facile. Quel paese, che per altri è un rifugio idilliaco, per me era una gabbia stretta da cui volevo scappare il prima possibile. Dovevo farlo, se non volevo vivere nella paura che ogni sera mi aspettava dietro la porta.
Non ricordo la bellezza del paesaggio o il calore della comunità, ma il fatto che tutti sapessero tutto di tutti, che le voci corressero più veloce della bicicletta del postino, e che la diversità non fosse accettata ma punita. Per questo bisognava tacere su tutto, anche quando significava non parlare degli abusi in famiglia.
Sono partita e non mi sono mai voltata indietro
Non vivo lì da quando avevo quattordici anni. La scuola superiore ha portato il collegio, poi l’università, infine l’affitto e la mia casa — tutti passi verso una vita nuova, con regole fatte da me. Il paese è rimasto parte della mia vita solo per la famiglia: loro vivono ancora lì e, se non altro, torno a trovarli a Natale.
Queste visite mi suscitano emozioni contrastanti. Da un lato, un po’ di nostalgia — dopotutto è il luogo dove sono nata, dove ho imparato ad andare in bici, dove ho stretto le prime amicizie.
Dall’altro però non sento mai di tornare davvero a casa. La casa, le strade, ogni angolo del paese mi sembrano estranei, come se fossero il set di un vecchio film in cui non ho più un ruolo.
La mia casa l’ho creata da sola
La vera casa non l’ho trovata lì. La mia casa è dove mi sento al sicuro. Dove ho ricevuto amore e accettazione incondizionati. Dove non devo giustificarmi, non devo preoccuparmi, non devo nascondere chi sono davvero.
Oggi quella casa è il piccolo mondo che condivido con mia figlia. Viviamo insieme in pace e armonia, seguendo le nostre regole. Non è perfetta, nessuna casa lo è, ma ogni dettaglio è frutto delle nostre scelte. È lo spazio dove non mi sento estranea, dove il peso dell’ombra del passato non c’è.

Spazi estranei
Quando torno al paese, spesso ho la sensazione di guardare la vita di qualcun altro. Come se stessi sbirciando da una finestra in una stanza in cui non voglio entrare, perché so che lì non ho più posto. Le domande dei conoscenti, le vecchie abitudini e il ritmo della vita di paese mi sembrano estranei, come se non fossi mai stata parte di quel tessuto. Eppure un tempo ci vivevo anch’io, facevo parte di quella comunità.
Questa dualità — la tensione tra ricordi e distacco — torna ad ogni visita. Sento la nostalgia, ma sempre più forte sento che non appartengo più a quel luogo.
La casa non è un luogo, ma un sentimento
Per molto tempo è stato difficile ammettere che quel paese non è più casa per me. Oggi però non provo più senso di colpa. Casa non è un luogo geografico, non è la casa d’infanzia o la strada dove sono cresciuta. Casa è un sentimento — di sicurezza, amore e libertà.
Questo sentimento l’ho trovato altrove. E oggi mi sento semplicemente fortunata di averlo trovato da qualche parte.











