Bien Logo

Riunione di classe con l’insegnante abusivo: conviene affrontarlo dopo 20 anni?

Barbara Conti3 min di lettura
Condividi:
Riunione di classe con l’insegnante abusivo: conviene affrontarlo dopo 20 anni? — Lifestyle

C’è qualcosa di davvero inquietante nel pensare che a una riunione di classe non incontrerai solo vecchi amici, ma anche qualcuno che vorresti cancellare dai tuoi ricordi. So che ci sarà. Il mio insegnante di educazione fisica. Quella persona che da bambino mi faceva svegliare con un nodo allo stomaco ogni mattina di educazione fisica.

Ero un bravo studente, con un comportamento esemplare, partecipavo a gare di italiano e matematica, ma in educazione fisica, e lo ammetto per primo, non ero affatto bravo. Anzi. Correvo più lentamente e avevo meno coordinazione degli altri. E lui non solo se ne accorgeva, ma me lo faceva sapere spesso. A voce alta. Davanti a tutta la classe. Gridando, umiliandomi, mentre gli altri ridevano o restavano in silenzio. All’epoca, in una piccola scuola di provincia negli anni ’90, era considerato normale.

Oggi probabilmente chiameremmo tutto questo per quello che è: abuso verbale.

Non dico senza ferite emotive, ma sono sopravvissuto alla scuola elementare e poi sono andato in un liceo in una città vicina. Lui è rimasto. Ha continuato a insegnare, portava le squadre di pallamano alle gare, riceveva premi e riconoscimenti, poi è andato in pensione. Io invece sono andato all’università, portandomi dietro un bambino ansioso di dieci anni che ancora si irrigidisce se qualcuno alza la voce.

Bambina triste seduta vicino alla parete attrezzata

Ora saremo nello stesso spazio, vent’anni dopo. E la domanda è: come gestisco questa situazione? Cosa gli dico se mi sorride? Se mi parla come se nulla fosse successo?

La prima risposta istintiva è di dirgli tutto, di scaricare tutta la mia sofferenza. Di dire finalmente quello che non potevo dire allora. Di fargli capire l’impatto che ha avuto su di me. Di far vacillare per un attimo l’immagine che ha di sé come “bravo insegnante”. Perché non lo era.

Ma se sono sincero con me stesso, questo desiderio riguarda più la vendetta che la guarigione.

La psicologia ci insegna che uno dei più grandi errori è pensare che per andare avanti serva una chiusura. Che dobbiamo parlare con chi ci ha ferito, sentire le sue scuse o almeno arrivare al perdono.

In realtà spesso questo non aiuta, anzi riapre vecchie ferite. La chiusura non è il risultato di una conversazione, ma una decisione interiore.

E visto così, la domanda non è più cosa merita lui, ma cosa mi serve a me.

Bambina durante una lezione di pallavolo

Non ha più potere su di me

Merita che gli tolga la convinzione di essere stato un bravo insegnante? Probabilmente sì. Ma a me servirebbe davvero? Non ne sono sicuro. Potrebbe darmi solo una breve, amara soddisfazione, e poi resterei con lo stesso passato.

Quello che invece è certo è che oggi non ha più potere su di me. Non insegna, non giudica, non umilia davanti agli altri. E forse la cosa più importante: non può farmi del male né a me né agli altri.

Per questo sento sempre più che non gli devo nulla. Né una resa dei conti, né un sorriso gentile. Non devo partecipare a una conversazione che non voglio, né dire qualcosa sperando che “aggiusti il passato”, perché nulla cambierà quello che è successo.

Forse se si avvicina e mi parla, mi giro semplicemente e me ne vado. Non come uscita drammatica o punizione, ma come un confine chiaro. Perché la mia pace interiore ora vale più di qualsiasi giustizia tardiva.

Letture correlate

“Non lascerei mai che succeda a lei” Come la maternità può risvegliare le ferite dell’infanzia — Famiglia

“Non lascerei mai che succeda a lei” Come la maternità può risvegliare le ferite dell’infanzia

Diventare madre può far emergere traumi infantili che avevamo messo da parte. È un percorso a volte doloroso, ma anche liberatorio, perché ci offre la possibilità di fare le cose in modo diverso.

Barbara Conti
La creatività è davvero un privilegio solo dei giovani? Ecco cosa dicono i dati — Salute

La creatività è davvero un privilegio solo dei giovani? Ecco cosa dicono i dati

Molti pensano che la creatività sia un dono riservato ai giovani, ma la ricerca racconta una storia più sfumata. Con l’età, la creatività non sparisce: si trasforma e si manifesta in modi diversi.

Barbara Conti
6 segnali che dimostrano che sei davvero una persona intelligente – ti riconosci? — Lifestyle

6 segnali che dimostrano che sei davvero una persona intelligente – ti riconosci?

L’intelligenza non si misura solo con il QI. I veri segni di saggezza si trovano soprattutto nel modo di pensare e nell’auto-riflessione.

Barbara Conti
«Il mondo è sommerso da un nulla ben formulato» - Come l’AI sta colonizzando il nostro modo di pensare — Lifestyle

«Il mondo è sommerso da un nulla ben formulato» - Come l’AI sta colonizzando il nostro modo di pensare

L’intelligenza artificiale ha rivoluzionato le nostre giornate, ma come influenza davvero il nostro pensiero? Scopri come mantenere viva la tua voce unica in un mondo dominato dalle macchine.

Elisabetta Rossi
Il lutto post-elettorale esiste davvero – Ecco come affrontarlo con efficacia — Lifestyle

Il lutto post-elettorale esiste davvero – Ecco come affrontarlo con efficacia

Il lutto dopo le elezioni è una reazione emotiva reale, che non riguarda solo la politica. Scopri come gestire al meglio queste sensazioni.

Diana Moretti
Ti capita? Le risposte migliori arrivano sempre dopo la discussione — Lifestyle

Ti capita? Le risposte migliori arrivano sempre dopo la discussione

A molti di noi è successo di trovare la risposta perfetta solo dopo una discussione. Quelle risposte tardive sono in realtà un’opportunità per imparare e crescere.

Margherita Lupo