Non è una moda di Instagram, è un feticcio, e pericoloso...
Negli ultimi anni sui social media è emerso un fenomeno particolare: il culto della tradwife. L’abbreviazione di “traditional wife” indica donne che abbracciano con orgoglio ruoli femminili tradizionali, secondo un “vecchio ordine” classico: gestire completamente la casa, dedicarsi alla famiglia, sostenere il marito e spesso anteporlo alle proprie ambizioni, carriera o libertà personale.
Nei video tradwife vediamo case impeccabili, grembiuli svolazzanti, pane appena sfornato e sorrisi femminili tranquilli: un mondo idilliaco che ricorda gli anni ’50, promettendo pace e armonia nel ritorno ai ruoli di un tempo.
Curiosamente, questo trend è familiare anche in un contesto molto diverso: la cultura BDSM. Qui esiste da tempo il kink della housewife, cioè il gioco erotico del ruolo della casalinga. Nel BDSM raramente si tratta di vere faccende domestiche – anche se possono comparire – ma piuttosto di una fantasia in cui la persona, spesso una donna ma non solo, assume il ruolo tradizionale della casalinga in un contesto erotico, come subalterno di un partner dominante.

Per molte donne questo ruolo è attraente perché permette di lasciar andare il controllo in uno spazio sicuro, giocare con la sensazione di vulnerabilità e provare un rilassamento raro nella vita quotidiana. Nel BDSM però è un gioco consapevole, costruito e accettato da entrambi, anche se può permeare la vita di tutti i giorni.
Qui emerge la differenza più evidente tra i due mondi
Molte tradwife si vedono come l’opposto delle femministe – come se negare i movimenti femminili moderni le rendesse “vere donne” – mentre nella comunità BDSM capita spesso che donne che amano il ruolo di housewife nel sesso abbiano in realtà valori femministi nella vita reale. Per loro è fondamentale che il ruolo sia scelto liberamente: decidono loro quando, come e per quanto tempo giocarlo. Questa libertà è uno dei pilastri del femminismo: fare ciò che vogliamo con il nostro corpo e i nostri desideri, senza regole imposte da altri.

La differenza principale non sta nel grembiule, nelle faccende o nell’aspetto. Sta nel contesto.
Nel BDSM anche la dinamica più estrema è sempre frutto di un accordo tra pari. La persona subalterna può fermarsi, rinegoziare o abbandonare il ruolo in qualsiasi momento. E in ogni relazione BDSM etica esiste la safeword, la parola di sicurezza, che se pronunciata interrompe immediatamente il gioco senza discussioni. Questa parola è più di uno strumento tecnico: è la base della fiducia profonda, garantendo confini chiari e sicurezza costante.
Al contrario, uscire dal culto della tradwife non è così semplice. Il ruolo idealizzato sui social spesso diventa una trappola economica e sociale nella vita reale.
Molte donne si trovano senza reddito proprio, dipendenti dal partner e in una comunità che considera “sbagliato” uscire o cambiare. Il ruolo di tradwife diventa così un’aspettativa fissa, non più una fantasia scelta – senza BDSM, senza safeword. Non c’è spazio per dire senza spiegazioni: basta, non fa più per me.

Può sembrare strano, ma credo che il BDSM – con tutte le sue estremità, manette e giochi di ruolo – sia molto più sano rispetto a questo. Qui i confini li tracciano sempre i partecipanti, che possono riprendere il controllo in ogni momento. Nel culto della tradwife invece si perde proprio questo controllo.
E se dobbiamo scegliere un gioco, forse stiamo meglio con quello in cui la parola di sicurezza è sempre una via d’uscita.











