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«Viaggiare è un’arte e ho capito: è meglio non voler spuntare tutto sulla mappa»

Szabó Erzsébet3 min di lettura
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Da bambina, viaggiare era un evento raro e speciale. Forse una vacanza all’anno, sempre negli stessi posti vicini e familiari, in Italia. All’epoca il viaggio non era una moda né semplice: serviva il passaporto, permessi, tanta organizzazione. Era un lusso, non uno stile di vita.

Imparare ad arrivare, non solo a partire

Da adolescente partecipavo a sempre più gite in pullman – con la famiglia o la scuola – e ogni volta il mio mondo si allargava un po’. Lavoravo tutta l’estate per potermi permettere un viaggio alla fine della stagione.

Ricordo ancora con orgoglio quando, con i soldi guadagnati nei weekend, sono arrivata a Copenaghen.

Più tardi il mio compagno ha iniziato a lavorare all’estero, senza vincoli di luogo: così il viaggio è diventato parte della nostra quotidianità. Mentre studiavo o lavoravo online, spesso lo seguivo. Abbiamo passato mesi in un Paese arabo, settimane in Sud Italia, Bosnia o vicino al confine olandese. Ho scoperto quanto sia diverso vivere in un posto rispetto a visitarlo da turista: adattarsi, osservare, capire cosa conta davvero per chi ci vive.

Certo, ci sono stati periodi in cui viaggiare era più lavoro che piacere. Lavoravamo sei giorni a settimana e avevamo solo la domenica libera. Spesso dovevamo scegliere: tornare a casa o partire per un’avventura vicina? Anche se stanchi, spesso sceglievamo l’avventura – e oggi so che è stata una scelta vincente.

Poi è arrivata la pausa, per cui non ero del tutto pronta

Con la famiglia, un cane e la pandemia, i viaggi si sono fatti più rari. L’asilo, poi il lockdown, hanno rallentato drasticamente la nostra vita. Ma il lato positivo è stato che ora, invece di migliaia di chilometri, ci separa solo un metro: lavoriamo insieme a casa, allo stesso tavolo.

All’inizio la “immobilità” mi sembrava strana. Mi mancavano le novità, non avere una meta o un progetto da raggiungere era difficile.

Col tempo ho capito che, con un po’ di organizzazione, stavolta siamo noi a decidere quando e dove andare. E la vera ricchezza è che non spendiamo più per sopravvivere o ristrutturare, ma per vivere esperienze scelte da noi.

Questa è la nostra nuova libertà – con il suo dolce dilemma

Per un po’ ho corso contro me stessa e il tempo: quanti Paesi, città, nuovi punti sulla mappa da spuntare? Un altro volo diretto, un weekend lungo, un altro posto da lista dei desideri. Volevo vedere tutto: attrazioni famose e angoli nascosti. Così i nostri viaggi erano fitti di appuntamenti. Organizzati e intensi, ma dopo un po’ i ricordi si confondevano. Non ricordavo più in quale città avevo visto quella palma incredibile o quale spiaggia aveva fatto felice mia figlia a febbraio. Musei, strade, tramonti si mescolavano in un’immagine sfocata. Ho capito che dovevo rallentare: così non ha senso.

Un giorno mi sono fermata. Ho capito che viaggiare non è spuntare luoghi sulla mappa, ma portare a casa profumi, sapori, emozioni, storie.

Ho anche realizzato che, per quanto ci provi, non vedrò tutto il mondo – e va bene così. Non devo conoscere ogni posto né approfondire tutto. Quello che amo davvero, posso sempre riviverlo.

Ora ho imparato a viaggiare più lentamente

Non voglio consumare il mondo in fretta. Voglio arrivare, fermarmi per un caffè, in una strada medievale, in una storia unica. Non devo dimostrare quanti posti ho visitato, ma voglio che ogni viaggio mi arricchisca davvero. Viaggiare è un’arte, non per spuntare luoghi, ma per vivere il momento. Il percorso più bello non è sulla mappa, ma dentro di noi – e per questo serve vivere il presente.

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