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« Dovevano proprio andare all’estero per farsi male… se lo meritano! » Sulle tracce dell’invidia

Linda Győrfy5 min di lettura
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Ricordo che ero incinta del nostro secondo figlio quando abbiamo avuto un piccolo incidente d’auto. Quando la notizia è arrivata ai parenti, invece delle parole di conforto attese, alcuni hanno preferito regalarmi frasi ospedaliere come: « Dovevano proprio andare all’estero per farsi male… se lo meritano, almeno imparano qualcosa! » Da allora sento ancora quel mix pungente di cattiveria e invidia ogni volta che ripenso a quella storia.

Lo ingoio o lo sputo? – è la domanda che mi faccio ogni volta. Ancora più meschino è piangere una persona cara dicendo addio, mentre si mette in dubbio la sopravvivenza di un vicino scontroso e solo, come se si trattasse di un errore in sala parto (ma al contrario). È un lutto inquietante e meschino, che avvelena la sacralità dell’addio finale. 

Invidiosi pignoli e competitivi 

Poi ci sono gli invidiosi pignoli, che scrutano con avidità il fallimento dell’altro come avvoltoi, e appena capita, scatenano notti di discorsi velenosi verso chiunque incontrino. Di solito iniziano con un bel «hai sentito cosa è successo?» confezionato con un nastro di seta che invita a reagire favorevolmente.

Nel frattempo, con un sorrisetto maligno, controllano di sfuggita se l’ascoltatore è pronto a unirsi alla critica.

Davanti ai successi e ai frutti del lavoro altrui, l’invidioso in realtà scaglia contro se stesso la negatività destinata all’altro (o meglio, si brucia da solo in questa “magia delle parole”). A proposito, che espressività ha la lingua: “mi rode dentro”, “mi mangio”, “mi rosico”, “sono arrabbiato” e così via.

Ma chi non ha visto almeno una volta (o anche solo una) l’invidia crescere dentro di sé come un’erbaccia ostinata? Succede quando ci manca la motivazione personale. «L’invidia è una brutta bestia!» rimproveriamo con lo sguardo ipnotico il nostro bimbo che stringe il suo orsacchiotto, mentre mordiamo il labbro guardando con fastidio la borsa nuova di un genitore e non ci tratteniamo da un mormorio pungente tra i denti.

Invidia: la creatura mitica mutaforma…

(Facciamo un gioco di immaginazione!) 

Io considero l’invidia come un protagonista mitico delle storie della mia infanzia. Prima di tutto la scriverei con la maiuscola, perché la immagino come una persona. Poi la inserirei nel campo della criptozoologia, che studia creature la cui esistenza non è provata ma che gruppi di ricerca inseguono basandosi solo su voci. Come il misterioso Yeti dell’Himalaya o il drago acquatico chiamato Leviatano. Secondo me l’Invidia è una creatura mitica mutaforma con mani viscide, che a differenza del Satiro, che si nasconde dietro i cespugli per spiare la sua vittima – preferibilmente una giovane ignara – non ha alcuna intenzione di nascondersi. Anzi! Si mostra in centri commerciali lussuosi, sentieri soleggiati, saloni eleganti, vestita con frac blu scuro, capelli a ciuffo appariscente e un sorriso provocante incollato in faccia. Cerca chi la guarda dall’alto in basso, chi fa smorfie, chi storce la bocca, chi lancia sguardi fulminanti, chi bisbiglia, chi ride sguaiatamente, chi si offende e si isola, chi si ritrae timidamente. Poi li invita a ballare mentre calpesta il loro callo sensibile, e con un gesto lacrimoso ruba dignità temporaneamente infilate in tasche o borse, consapevolezze, bontà e altruismo. Con maestria li fa recitare alcune scene di Insoddisfatti (con se stessi, con il mondo, con il fioraio e persino con il cane Bodri), poi, quando le lamentele sono sparse e ammuffite sul pavimento, se ne va via. 

Incontro con l’Invidia – Effetti e sintomi:

  • invecchia prima del previsto (si preoccupa, si consuma…)
  • si arrabbia e si infuria anche per successi che in realtà non lo interessano, per i quali non ha né talento né tempo né energia; eppure questa “infezione” gli rende insopportabile notare anche il più piccolo traguardo altrui 
  • se qualcuno subisce un danno, perde una gara, fallisce un progetto o rovina tutto, finge di dispiacersi ma poi a casa stappa lo spumante per festeggiare
  • le difficoltà, i fallimenti e le sconfitte altrui (soprattutto se di un rivale) diventano prelibatezze da gustare a lungo.

Secondo la psicologia, invidia e gelosia sono tra le emozioni più comuni e antiche. Entrambe sono strettamente legate all’aggressività (nell’invidioso e nel geloso si risvegliano impulsi aggressivi verso chi invidiano). Vi è familiare la gara “chi ha il figlio più intelligente?”? Può essere dolorosamente ingiusta, perché spesso è solo il narcisismo genitoriale ben confezionato. Nel frattempo il bambino “destinato al successo” lotta con tutte le forze per soddisfare le aspettative e accumula premi, dimenticandosi di essere un bambino. Questo genera un senso costante di mancanza e altre emozioni difficili da sopportare. Nella competizione, l’energia viene dall’aggressività.

Chi invidia verso l’alto può uscirne vincitore…

Esiste però un tipo di invidia che possiamo definire positiva, quasi un complimento velato e una sorta di autosuggestione. La chiamiamo invidia verso l’alto, quando si dice apertamente «ti invidio». La proviamo per chi condivide i nostri valori e interessi, ma i cui risultati ci fanno pensare che possiamo migliorare ancora osservandoli.

In questi casi alziamo l’asticella e prendiamo i successi altrui come obiettivi da raggiungere.

L’invidia è un mutaforma, conosce i nostri punti deboli (fama, riconoscimento, essere i migliori in ogni campo della vita). Se non riesce a farci cadere in trappola su un punto dolente, perché è tenace e non molla, passa al prossimo, e poi al successivo… Può scattare vedendo una giovane coppia abbracciarsi felice; osservando una gioia senza motivo, avvolta in tristezza e riassunta in un sospiro: perché non a me? Per fortuna l’invidia si presenta in molte forme e sensazioni, ma sempre con secondi fini, facendoci credere che «l’erba del vicino è sempre più verde. Anche adesso, non lo vedi? Non ti dà fastidio?» E noi, lasciamo fare?

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