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Ecco com’è la forza lavoro dei ventenni di oggi. Non sono affatto irresponsabili, hanno solo una visione del mondo diversa

Szabó Erzsébet4 min di lettura
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Il mondo non è più lo stesso di quando i nostri genitori hanno iniziato la loro carriera, anzi, è cambiato anche rispetto a quando abbiamo iniziato noi. Oggi è una nuova generazione a plasmare il lavoro. La domanda è: sarà un bene per noi?

Se si può chiamare lavoro di squadra la collaborazione e i progetti svolti in smart working, allora anch’io collaboro con colleghi più giovani della Generazione Z. La mia esperienza con loro è positiva: non sono affatto pigri o irresponsabili, anzi lavorano con precisione, concentrazione e costanza. (Si vede che è anche nel loro interesse.)

Allo stesso tempo, cercano chiaramente di fare in modo che il tempo svegli sia non solo dedicato al lavoro: per loro è importante che vita privata, salute fisica e mentale e realizzazione personale non vengano trascurate. Per me questo non è un difetto o uno svantaggio, ma un esempio da seguire.

Negli ultimi anni abbiamo vissuto tanto: pandemia, digitalizzazione, instabilità economica e l’arrivo dell’era dell’intelligenza artificiale.

Queste esperienze hanno fatto capire alla Generazione Z – e anche a noi – che le vecchie regole del lavoro, come “si deve lavorare anche da malati” o “il capo deve sempre raggiungerti”, sono sempre meno accettabili.

Un recente sondaggio americano del 2025 ha mostrato che molti giovani non vedono più come un merito lavorare da malati. Chi va in ufficio con febbre o leggera febbricola non viene più considerato un eroe, ma piuttosto irresponsabile.

Ma non è solo la malattia a guidare il cambiamento

Per la Generazione Z la flessibilità è fondamentale. Non significa necessariamente lavorare sempre da casa, ma i giovani preferiscono chiaramente un modello ibrido, che offre libertà nella gestione del tempo. Anche l’autonomia è importante: vogliono decidere come lavorare, a che ritmo e con quali strumenti – ed è qui che spesso si scontrano con i colleghi più anziani.

Prima di approfondire, sottolineiamo il benessere mentale: per la Generazione Z è fondamentale considerare le emozioni proprie e altrui, e cercare di ridurre stress e burnout.

In più, vogliono lavorare in aziende che si impegnano per la sostenibilità, la responsabilità sociale e l’uguaglianza.

Non sorprende che le ricerche mostrino come i lavoratori della Generazione Z siano disposti a rinunciare anche a parte dello stipendio se possono andare meno in ufficio o avere orari più flessibili. In cambio, però, danno il massimo quando sentono che il loro lavoro ha senso, che sono apprezzati e ascoltati.

Gli ultimi anni hanno accelerato aspettative che già avevamo tutti dentro di noi – e che rappresentano una sfida anche per i datori di lavoro. Come conciliare le richieste aziendali con il bisogno dei giovani di libertà, varietà e risultati concreti? E come mantenere collaborazione e lavoro di squadra quando molti lavorano da remoto o in modo ibrido?

E cosa significa tutto questo per noi, gli altri?

Le aspirazioni della Generazione Z vanno sicuramente nella direzione giusta: portano a luoghi di lavoro più sani e umani. Ma non dobbiamo dimenticare che siamo in una fase di transizione.

La maggior parte dei posti di lavoro non ha ancora la Generazione Z in posizioni di leadership, quindi il peso di adattarsi alle nuove regole ricade spesso sulle generazioni più anziane. Sono loro a “tenere il fronte” quando qualcuno è in ferie, a sostituire i giovani che rifiutano gli straordinari e a cercare di dettare il ritmo secondo vecchie abitudini – pur sentendo che il mondo sta cambiando.

La Generazione Z è spesso molto orientata al lavoro di squadra, ma in modo diverso da come siamo abituati noi. Non credono nel “restare fino a tardi finché non è finito”, ma nel dare ciascuno il proprio contributo, mantenendo autenticità, equilibrio e salute.

Per i giovani la collaborazione è più basata su progetti, obiettivi e non su lealtà gerarchica. Questo può sembrare freddo, irrispettoso o egoista ai colleghi più anziani, ma è in realtà un nuovo modo di stabilire confini.

Il cambiamento non è necessariamente negativo, ma dobbiamo imparare gli uni dagli altri. La Generazione Z ci ricorda ciò che le generazioni precedenti hanno imparato troppo tardi: burnout, pressione costante e straordinari non sono un vanto. Ma anche loro hanno da imparare da noi: la perseveranza, la responsabilità verso la comunità e che a volte il lavoro non è solo espressione personale, ma anche interesse di squadra.

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