C’è una frase che diciamo quasi automaticamente quando tutto intorno a noi sembra troppo: “La mia vita è così complicata in questo momento.” È una dichiarazione rassicurante! Come se ci dessimo una piccola scusa...
Se è complicato, è comprensibile non fare progressi, non decidere, non muoversi, perché con le cose complesse non si può correre. Ci vuole tempo per analizzare tutto, guardare ogni angolazione, mettere da parte un po’, poi riprendere e ricominciare a girare negli stessi cerchi. Ma davvero tutto ciò che rimandiamo è ingestibile, o è più facile escludere ciò che sarebbe già pronto per essere chiuso?
Per molto tempo – e spesso ancora oggi – credevo alla prima versione. Guardando da fuori, c’era davvero tutto ciò a cui potevo attribuire il rimandare: lavoro, famiglia, altre responsabilità, adattamenti continui e la speranza che il cambiamento arrivasse da solo. “Si risolverà!” Ma dentro di me sentivo sempre più che non era la quantità di compiti a stancarmi, bensì tutti quei “prima o poi” che spostavo davanti a me.
Quando il “complicato” è solo una scusa
Rimandare raramente sembra pigrizia o debolezza. Gli diamo maschere più eleganti. Ripetiamo a noi stessi frasi come “devo pensarci bene” o “non ho ancora tutte le informazioni per decidere”. Queste frasi, che sembrano responsabili, sono spesso solo modi per guadagnare tempo e ingannare noi stessi.
La stranezza è che, mentre pensiamo di risparmiare energia aspettando, succede il contrario. Una mail non scritta, una conversazione non iniziata o una decisione rimandata girano continuamente nella nostra testa. Non tolgono ore tangibili alla nostra vita, ma ci tengono sempre in allerta.
Spesso rimuginare consuma più energia dei dieci minuti necessari per affrontare la conversazione o rifiutare con decisione.

Rimandare non è un difetto, ma una strategia emotiva
Mi ha aiutato molto capire che il mio rimandare non significa non voler lavorare per i miei obiettivi, ma piuttosto non voler affrontare certe emozioni o situazioni. Ho paura che il risultato non sia perfetto. Ho paura del feedback, del fallimento o di non riuscire a funzionare a un nuovo livello.
Finché non iniziamo qualcosa, tutte le possibilità restano aperte, tutto può ancora succedere, e questo dà sicurezza. Ma questa sicurezza è falsa.
Rimandare è come una carta di credito: comodo per un po’, ma il conto arriva sempre. E più aspettiamo, più è alto.
Il peso invisibile del “prima o poi”
Per molto tempo ho pensato che i compiti più pesanti fossero quelli a cui lavoravo attivamente. Poi ho scoperto che sono più opprimenti quelli che non tocco più. Collaborazioni interrotte, idee mai avviate, promesse tenute solo per abitudine… Il nostro cervello non sa cosa fare con le cose a metà. Ciò che non è chiuso resta un “affare in corso” in sottofondo, occupando gran parte della nostra capacità mentale.
A volte serve una spinta esterna per rendersene conto. Per me è stato un lungo stop forzato, quando ho smesso di ottimizzare la vita e ho iniziato a mettere in discussione i miei schemi. Ho capito che la mia “vita complicata” assomiglia più a un magazzino sovraccarico che a un sistema efficiente. È piena di cose a cui non ho più a che fare, ma che conservo perché un tempo erano importanti. È allora che ho capito che non servono nuove soluzioni, ma eliminare il superfluo.
C’è una frase che molti temono di dire: “Non lo faccio più”. Ma non è un fallimento, è una decisione difficile e coraggiosa. Quando l’ho realizzato e messo in pratica, è successo qualcosa di inaspettato: mi sono sentita sollevata. Ho capito che rimandare non significa solo non iniziare qualcosa, ma anche non avere il coraggio di dire no.
Spesso vediamo la vita come un sistema troppo complicato, mentre spesso siamo noi a impedire la chiusura non mettendo il punto finale. Ma chiudere non è un passo indietro o una sconfitta, è spesso una delle decisioni più mature che possiamo prendere.











