Credevo che entro primavera la guarigione fosse già alle spalle, ma l’intervento mi ha insegnato qualcosa di molto importante
L’autunno scorso ero convinta che, con la prima gemma sugli alberi, quello che mi era successo sarebbe stato solo un ricordo lontano e spiacevole.
Immaginavo che il periodo dopo l’operazione di novembre sarebbe stato un’ascesa lineare e veloce, con ogni giorno che mi avrebbe avvicinata visibilmente alla “me di prima”. Ma la vita ha riscritto questo copione sicuro, chiamandomi invece a un viaggio interiore molto più profondo.
La guarigione non inizia sul tavolo operatorio
Per mesi ho cercato spiegazioni razionali, quasi scientifiche, per quella stanchezza opprimente e pervasiva che mi ha accompagnata durante l’inverno. Forse erano solo i giorni grigi e privi di luce... O le scadenze al lavoro che si accumulavano? O forse i conflitti con la mia figlia preadolescente stavano prosciugando le mie energie? Cercavo un colpevole fuori di me, ma le risposte non portavano sollievo. Ora so che probabilmente tutto questo ha contribuito alla mia stanchezza, ma il continuo rimuginare non ha risolto nulla, anzi, ha solo generato più tensione e ansia interna.
Il mio calvario era iniziato già a settembre, quando il mio corpo ha lanciato segnali chiari che qualcosa non andava. Naturalmente, non l’ho ascoltato.
Di conseguenza, sono rimasta a letto per mesi, impotente mentre il mondo correva oltre di me.
Nonostante il riposo forzato, ho dovuto aspettare fino a fine novembre per l’intervento. Nel frattempo, però, ho capito che la guarigione non è un evento esterno, ma un lavoro che devo fare ogni giorno, con consapevolezza, per il mio benessere.

La sicurezza apparente
Dopo quattro mesi di riabilitazione spinale, ho vissuto una strana dualità con il mondo esterno. Se qualcuno mi incontrasse per strada, vedrebbe una donna stabile, tornata alla sua routine. Faccio commissioni, cucino, organizzo con entusiasmo il prossimo viaggio in famiglia. Da fuori sembra che tutto sia tornato normale e che io sia di nuovo quella donna efficiente e inarrestabile verso i suoi obiettivi. Ma sotto la superficie, le mie battaglie silenziose continuano. Ci sono giorni in cui le mie prestazioni oscillano, quando i vecchi sintomi si fanno sentire e mi ricordano i miei nuovi limiti.
Nessuno mi aveva preparata alle montagne russe emotive che iniziano quando la ferita fisica è guarita e il dolore acuto si attenua. Pensavo fosse la parte più dura, ma ho capito che la riabilitazione mentale è altrettanto impegnativa. Ho dovuto accettare che la guarigione completa non è una data fissa da segnare sul calendario. È un processo fluido che richiede pazienza e umiltà, dove il progresso non è sempre una linea retta verso l’alto.
Connettersi al silenzioso miracolo del corpo
Nella mia nuova vita, ogni seduta di fisioterapia è diventata una lingua d’amore verso me stessa. Non la vedo più come un obbligo, ma come una dichiarazione consapevole: questo tempo è solo per me, per rispettare e sostenere il mio corpo. Prima correvo sempre, inseguivo risultati e faticavo a restare nel presente. Se un’attività non portava un beneficio immediato o visibile, la consideravo una perdita di tempo. Ora invece ho imparato a conoscere e rispettare quel lavoro silenzioso e incredibile che il mio corpo fa ogni giorno per me.
Ho capito che il fatto di riuscire a alzarmi da sola al mattino o di fare qualche passo senza dolore non è affatto una cosa scontata.
I mesi dopo l’intervento mi hanno insegnato a guardare il mio corpo con gratitudine. Questa consapevolezza ha cambiato le mie priorità. Ho capito che sopravvivere semplicemente, passando i giorni uno dopo l’altro, è molto diverso dal vivere davvero bene. Anche se sto ancora imparando la pazienza e a volte mi lascio prendere dalla fretta, ora vedo il mio corpo come un alleato saggio, che ha il diritto di guarire e rigenerarsi al suo ritmo e nei suoi tempi.











