Per un po’ ho esitato, ma ormai avevo lavorato abbastanza su me stessa per decidere che lo meritavo. Sapevo che l’anno davanti sarebbe stato difficile e pensavo che uno spazio dove poter condividere senza ricevere consigli o giudizi, solo ascolto, sarebbe stato prezioso. Immaginavo fosse un momento amichevole, di chiacchiere davanti a una tazza di tè.
Beh, mi sbagliavo di grosso…
Il cerchio di donne che ho frequentato per più di sei mesi ha lavorato in profondità sul corpo e sull’anima. Abbiamo usato principalmente il metodo bodywork – oggi chiamato bodyway – che a prima vista può sembrare sfuggente, ma è molto concreto e corporeo.
Non partiamo dai pensieri, ma dalle sensazioni del corpo: ciò che senti in quel momento – tensione, costrizione, intorpidimento, tremore. Questi segnali sottili spesso conducono a ricordi sepolti o emozioni represse. Da lì abbiamo svelato le nostre storie, non con la mente, ma con l’istinto. E questo ha cambiato tutto dentro di noi.
Da un lato è emerso, dall’altro ho lasciato andare
Parallelamente continuavo le costellazioni familiari e spesso portavo nel cerchio le mie scoperte e ferite emerse lì. Era come se in un luogo il dolore fosse stato smosso, e nell’altro potessi finalmente prenderlo in mano, osservarlo e lasciarlo andare.
E naturalmente c’erano le altre, le mie compagne – donne di ogni età e provenienza, con storie diverse. Eppure, ogni volta mi ritrovavo in coppia con qualcuno che condivideva la stessa ferita o blocco, solo vestito in modo diverso. Come se fili invisibili ci avessero unite. (E tutte le altre avevano la stessa esperienza, un fatto quasi incredibile ma allo stesso tempo magico e meraviglioso.)
Una delle prime grandi scoperte è stata: non sono sola con quello che porto dentro.
Non sono “ipersensibile”, non reagisco esageratamente. Spesso altri combattono con le stesse domande e già poterlo dire apertamente è un sollievo.

Fa male, ma è anche un sollievo
Non voglio nascondere che il cerchio è stato spesso doloroso e ci voleva qualche giorno per rimettermi dopo ogni incontro. Si aprivano strati dentro di me che credevo chiusi da tempo o di cui non ero nemmeno consapevole. Il corpo però lo sapeva. Un gesto, una frase, uno sguardo scatenavano valanghe emotive per cui non ero pronta. Ma poi arrivava sempre la leggerezza e la liberazione.
Ho iniziato a vedere le persone da un’altra prospettiva: non solo quello che dicono, ma ciò che non riescono a esprimere. Ho imparato a osservare gli altri e me stessa in modo nuovo. Ho capito quante decisioni sono state influenzate da schemi, blocchi e traumi dell’infanzia.
Ad esempio, avevo un’amicizia ventennale tenuta in vita solo dall’abitudine e dal passato condiviso. In quel cerchio ho finalmente potuto guardare onestamente perché mi aggrappavo a quella relazione. Ho visto che erano legami infantili a spingermi e che non ero più la bambina disposta a soffocare se stessa per un’amicizia. Ho trovato la forza di dire che dovevamo allentare quel legame.
Altre volte, una situazione quotidiana mi ha fatto capire qualcosa, come perché mi irrigidisco quando qualcuno mi abbraccia all’improvviso. Queste scoperte non sarebbero mai arrivate restando a casa, da sola.

Un nuovo linguaggio: connettersi senza giudizio
La fiducia che ho vissuto in questo spazio ha portato tutto a un livello nuovo. All’inizio era strano piangere e aprirsi davanti a sconosciute, dire cose che non avevo mai osato neanche a me stessa. Ma ho capito presto che qui nessuno voleva “rispondere bene” o “dire qualcosa di intelligente”. Qui c’era solo attenzione e presenza. Una libertà che non conoscevo.
Non dovevo pensare mille volte a come dire le cose. Non dovevo stare attenta a non mettere a disagio nessuno. Potevo semplicemente essere, con quello che avevo dentro.
Ho anche imparato che non devo scegliere: posso essere spirituale e scientifica insieme. Le mie intuizioni non sono debolezze, ma doni. Non devo più reprimere le mie sensazioni o scusarmi perché “sento” qualcosa. Ciò che è vero per me, è vero e basta.
Non sono cambiata, ma sono più vicina a me stessa
La mia femminilità è rimasta in pace, quindi non è cambiata radicalmente. Ma sono più gentile e indulgente con me stessa, non solo con gli altri. Ho imparato a riposare davvero, non solo fisicamente ma anche nell’anima. Sento meno spesso di non aver fatto abbastanza o che è ora di essere utile. Ho più spazio dentro per me.
Anche se il cerchio è finito, all’ultimo incontro ho visto chiaramente qual è il mio prossimo passo e non mi ha sorpresa. Non credo che questo cammino avrà mai una fine: ci saranno sempre nuove tappe che mi aspettano al momento giusto. E non vorrei che finisse, perché per quanto a volte faccia male, è anche un’avventura unica e affascinante, la mia storia.











