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Ideologia o paranoia? Non crederai quante volte i governi hanno vietato certi colori (!)

Szabó Erzsébet4 min di lettura
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Ideologia o paranoia? Non crederai quante volte i governi hanno vietato certi colori (!) — Tempo libero
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Ma cosa penseresti se ti dicessi che c’è stato un tempo in cui non venivano vietati libri o slogan politici, bensì colori? La storia è piena di epoche in cui il potere decideva con rigore cosa potevi indossare e cosa no. E non parliamo solo di uniformi o di marchi infamanti come la famosa stella gialla, ma di colori comuni. Perché? Perché i colori hanno potere. Una tonalità ben scelta può comunicare posizione, ricchezza, appartenenza politica o ribellione – e i sovrani della storia lo sapevano molto bene.

Il viola era riservato solo all’imperatore

Source: unsplash.com

Sapevi che nell’antica Roma indossare un abito viola era un reato punibile con la morte, a meno che tu non fossi l’imperatore in persona? Il colore chiamato porpora di Tiro veniva estratto da una conchiglia marina, ed era incredibilmente costoso e puzzolente, ma nessuno se ne preoccupava: quel profumo diventò addirittura un segno di privilegio. Il viola divenne così esclusivo che alla fine fu vietato per legge a chiunque tranne che al sovrano.

In questo contesto, Caligola fece giustiziare chiunque indossasse anche solo un abito di tonalità viola. La mania per il viola arrivò al punto che nell’Impero Bizantino i sovrani si definivano “nati nel viola”. Perché? Perché nel palazzo c’era una stanza di parto dipinta di viola, dove nascevano i futuri eredi al trono, che venivano così considerati “nati nel colore” per tutta la vita.

Il giallo imperiale anche in Cina

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Se pensi che il giallo sia un colore allegro, solare e amichevole, ripensaci: nella dinastia cinese Qing il giallo era un colore sacro. Durante il loro regno, il giallo oro rappresentava il paradiso e, naturalmente, l’imperatore stesso. Solo il sovrano poteva indossare abiti ricamati in giallo, e chiunque altro provasse a vestirsi di seta gialla veniva rapidamente rimosso dalla circolazione – senza mezzi termini.

Le guardie del palazzo ricevevano una formazione speciale per individuare chi fosse “troppo giallo”. Anche i leader religiosi potevano indossare il giallo solo con un permesso speciale e solo durante i servizi in tempio. Il giallo divenne un colore di status rigorosamente protetto anche nell’architettura: per esempio, solo gli edifici imperiali potevano avere tegole gialle.

La regina Elisabetta sapeva bene cosa significa coordinare i colori

Colori vietati

Conosci quella sensazione imbarazzante quando entri a una festa e qualcuno indossa lo stesso tuo vestito? Ora immagina la stessa cosa nell’Inghilterra del XVI secolo… con la differenza che potevi finire in prigione per una scelta sbagliata.

Ai tempi di Elisabetta, non solo il modello ma anche il colore degli abiti era regolamentato con rigore. Il porpora, per esempio, era riservato alla famiglia reale e a pochi nobili privilegiati – e questa regola veniva presa molto sul serio. Addirittura il numero di bottoni era stabilito per legge, sempre in base al rango. Anche i ricchi mercanti non potevano scegliere liberamente tra i colori dei tessuti: un solo tono sbagliato poteva farli sospettare di tradimento. La regina Elisabetta amava il porpora e nei ritratti ufficiali lo indossava sempre. Così il porpora divenne un vero simbolo di status: “se lo indossi, sei lo Stato” – o almeno il suo rappresentante.

Dove i colori dell’arcobaleno ancora non possono brillare liberamente

Colori vietati
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Nell’Unione Sovietica lo Stato limitava non solo opinioni e libertà di movimento, ma anche l’espressione personale. La “moda occidentale” – in particolare le tonalità neon – era vista come decadente, individualista e contraria all’ideologia socialista. Anche se non esisteva un divieto ufficiale, le fabbriche statali di abbigliamento non producevano (o non potevano produrre) capi di quei colori, e i media promuovevano un look grigio e pratico.

Chi si vestiva all’occidentale rischiava sorveglianza, interrogatori, esclusione scolastica o punizioni sul lavoro. Eppure, negli anni ’50 e ’60 i giovani ribelli sfoggiavano abiti sgargianti e cravatte vivaci, opponendosi all’uniformità. Le autorità reagivano duramente: arresti, umiliazioni pubbliche, rieducazione. Ma per loro i colori non erano solo moda, erano libertà e indipendenza. E lo Stato lo capiva benissimo.

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