Per me l’autodeterminazione è la base del femminismo. Non penso che la libertà femminile abbia senso solo se l’unica strada accettata è la carriera e l’indipendenza, e trovo davvero riduttivo considerare il “femminismo” come un percorso obbligato che tutte le donne devono seguire, piaccia o no. Se qualcuno vuole costruire una carriera, ben venga. Se qualcuno vuole essere una tradwife, va benissimo. Ma la vera domanda è: quante persone scelgono davvero questo ruolo liberamente?
Il termine “tradwife” (traditional wife) è diventato popolare negli ultimi anni, soprattutto grazie ai contenuti romantici diffusi su TikTok e Instagram.
In questi video, donne con trucco impeccabile preparano la colazione per il marito, stirano camicie, si muovono in case splendenti di pulizia, danno da mangiare alle galline in fattoria e legano mazzi di fiori secchi, raccontando quanto la loro vita sia diventata più piena da quando hanno “ritrovato il loro vero ruolo di donna”.
I sostenitori della tradwife affermano che non si tratta di un passo indietro, ma di una scelta consapevole. Non sono casalinghe oppresse, ma orgogliose di essere il collante della famiglia. Rifiutano alcune narrazioni del femminismo moderno e riscoprono i “valori femminili classici”: cura, dedizione, gestione della casa. Riproponendo i ruoli tradizionali come una scelta, non come un obbligo imposto alle donne.

Ecco il dilemma
Perché, anche se mi considero femminista – e intendo che ogni adulto ha il diritto di decidere come vuole vivere –, provo comunque una certa preoccupazione.
Credo sia importante sostenere chi trova se stessa nei ruoli tradizionali femminili. Chi crea casa con cuore e anima, cresce i figli e costruisce un rifugio sicuro – e si sente realizzata così. Ma è altrettanto importante chiedersi quante persone scelgano davvero liberamente, senza pressioni esterne o obblighi sociali. Quante non scelgano il ruolo di tradwife perché non hanno avuto la possibilità di studiare, lavorare o diventare indipendenti? Quante non siano influenzate dalle aspettative della famiglia, della comunità religiosa o del partner?
Perché se qualcuno diventa “moglie tradizionale” senza mai aver avuto altre opzioni, quella non è una scelta. È una costrizione. E anche se all’esterno sembra felice, dentro potrebbe non aver mai scoperto cosa avrebbe potuto essere.
I social media spesso amplificano questa distorsione. Dietro colazioni perfette, salotti immacolati e sorrisi radiosi, raramente vediamo le ombre: i sacrifici, la solitudine, i possibili rimpianti.
Una foto su Instagram non racconta se la donna che sceglie il ruolo di tradwife lo abbia davvero voluto, o se le abbiano insegnato che “è compito della donna”, e forse lei stessa non sa che avrebbe potuto scegliere altro per essere felice.
Non sono contraria alla vita da tradwife. Se qualcuno si sente davvero bene così e lo sceglie liberamente, ne sono felice con tutto il cuore. Perché la sua decisione è valida quanto quella di chiunque altro. Ma mi dispiace per chi non ha mai scoperto quali opportunità avrebbe potuto avere. E mi preoccupa che sempre più ragazze giovani vedano questa vita idilliaca e romantica come l’unica “vera strada femminile”. La bellezza della vita sta proprio nel poterla vivere in tanti modi diversi.











