Quello che la terapia non può fare al posto tuo
Un percorso psicologico serio è un lavoro, non un abbonamento allo sfogo settimanale. E soprattutto non sostituisce alcune cose molto concrete che riguardano la vita fuori dallo studio. Dormire poco e male per mesi, non muoversi mai, non avere una sola persona a cui raccontare una giornata storta, restare in una situazione che si sa già insostenibile: sono condizioni che pesano sull'umore e che nessuna seduta può compensare da sola.
Poi c'è la parte che facciamo fatica ad ammettere: alcune conversazioni vanno fatte con la persona interessata. Con la sorella, con il partner, con la collega. Portare per tre anni in terapia un rancore che non abbiamo mai nominato a chi lo ha provocato può essere utile per capirlo, ma prima o poi la frase va detta ad alta voce, con la voce nostra, nella stanza giusta.
Segnali che invece meritano un aiuto professionale
Detto questo, il pendolo non deve tornare indietro. Ci sono momenti in cui provare a cavarsela con la forza di volontà è la scelta più costosa. Quando la tristezza o l'ansia durano da settimane e non si spostano, quando il sonno, l'appetito o la capacità di lavorare cambiano in modo evidente, quando un lutto o una separazione restano fermi allo stesso punto, quando ci si accorge di evitare sempre più cose, quando arrivano pensieri che spaventano: in questi casi rivolgersi a un professionista della salute mentale non è esagerare, è la cosa ragionevole da fare. Vale anche quando tutto sembra a posto "sulla carta" e il malessere resta, senza spiegazione.






