Il trasloco è quella cosa che sembra gestibile finché mancano tre settimane, e poi ti trovi alle undici di sera in cucina, con i cassetti aperti, a chiederti perché possiedi sette mestoli. Ho traslocato abbastanza volte, con bambini piccoli e con un cane, da aver capito una cosa sola: il disastro non arriva il giorno del camion. Arriva prima, in tutte le sere in cui hai deciso che "tanto le scatole si fanno all'ultimo". Se invece distribuisci il lavoro su un conto alla rovescia, il trasferimento resta faticoso - lo è sempre - ma smette di essere un trauma familiare.
Sei settimane prima: alleggerire, non impacchettare
La prima fase non riguarda le scatole ma il volume. Ogni oggetto che decidi di portare va imballato, caricato, scaricato e sistemato: pagherai quattro volte la scelta di tenerlo. Quindi si comincia dalle categorie più semplici, quelle in cui il legame emotivo è basso: asciugamani spaiati, cavi di apparecchi che non esistono più, pentole doppie, scarpe che non metti da due inverni, libri già letti che non rileggerai.
Fai tre destinazioni fisiche, non concettuali: una zona "va via", una "si dona", una "si vende". Le cose da donare devono uscire di casa entro pochi giorni, altrimenti tornano lentamente al loro posto. In questa fase, se stai lasciando un affitto, guarda anche i piccoli danni da sistemare: buchi nel muro, una maniglia allentata, una tapparella che non scorre. Farli con calma costa meno che farli di corsa l'ultimo giorno.






