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Ho visto tanti spettacoli, ma nessuno mi ha toccato come I ragazzi della via Pál

Nyul Debóra5 min di lettura
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Ho visto tanti spettacoli, ma nessuno mi ha toccato come I ragazzi della via Pál — Tempo libero
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Capita raramente che uno spettacolo teatrale continui a vivere dentro di te giorni dopo la fine. Non come un ricordo vago, ma come qualcosa che torna, che pesa, che scalda. I ragazzi della via Pál, visto al Teatro Sándor Weöres di Szombathely, è stato esattamente questo: non solo una bella serata, ma un'esperienza che ancora oggi mi ritrovo a rivivere.

Una storia che unisce generazioni

Il romanzo di Ferenc Molnár è uno dei libri più amati e letti d'Ungheria, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Non è un caso che abbia ispirato decine di adattamenti teatrali e cinematografici nel corso dei decenni.

La versione musicale che ho visto è frutto del lavoro di László Dés, Péter Geszti e Krisztián Grecsó, che hanno saputo restituire la profondità emotiva e il messaggio senza tempo del romanzo originale in una forma nuova, ma fedele allo spirito del testo.

L'idea dello spettacolo nacque dopo il programma televisivo A Nagy Könyv nel 2005. Il debutto assoluto risale al 2016 al Vígszínház di Budapest, e da allora lo spettacolo continua a girare per tutto il paese con un successo invariato.

La sera in cui l'ho visto, la storia di Nemecsek e dei suoi amici ha preso vita sul grande palcoscenico del Teatro Sándor Weöres — e per me è diventata la serata teatrale più bella che ricordi.

Il grund come universo infinito

Molnár descrive così quel pezzo di terra:

«Questo piccolo appezzamento di terra sterile e irregolare…» parla dell'infinita capacità immaginativa dei bambini.

Racconta di come un semplice terreno incolto possa diventare il centro dell'universo, il luogo in cui l'amicizia, la lealtà e il coraggio valgono più di qualsiasi cosa.

Sul palco, tutto questo non è rimasto una bella frase. Ha avuto peso, tensione, verità emotiva.

Un regalo di compleanno che ha dato molto più di una serata

Per me questa serata aveva anche un significato personale. Negli ultimi anni avevo frequentato poco il teatro della mia città, ma quest'anno ho ricominciato a riscoprire quel mondo.

I biglietti erano un regalo di compleanno per mia madre — e solo quella mattina avevamo scoperto che si trattava dell'ultima replica di I ragazzi della via Pál in stagione. Sapere che stavamo per vedere l'ultima ha reso l'attesa ancora più intensa.

Volti familiari, momenti portati a un livello nuovo

L'esperienza è stata arricchita dal fatto che conoscevo già alcuni degli attori. È stato bello vedere come incontri precedenti si fossero trasformati in interpretazioni mature, sicure, pienamente abitate.

Su tutti, mi hanno colpito Nándor Jámbor nel ruolo di Boka, István Gyulai-Zékány nei panni di Áts Feri, László Márk Sipos come Kolnay, e Péter István Hajdu nel ruolo di Nemecsek. Non c'era un anello debole nella compagnia, ma sono stati loro a darmi il cuore e il ritmo dello spettacolo.

La scena che mi ha segnato di più è quella in cui Nemecsek torna a difendere il grund nonostante la malattia. Un momento che non è solo il culmine drammaturgico dello spettacolo, ma un'esperienza emotivamente devastante: sul palco convivevano la determinazione infantile e la fragilità tragica, vicinissime, quasi insostenibili.

La forza di questo adattamento sta proprio in questo: il destino di Nemecsek non viene mostrato da lontano, come una tragedia da osservare. Viene portato addosso allo spettatore.

La musica come colonna vertebrale emotiva

Anche il mondo musicale dello spettacolo ha lasciato il segno. Le canzoni non accompagnano semplicemente la storia: ne sono la spina dorsale emotiva. In più scene è stata proprio la musica ad alzare la tensione o a far cedere qualcosa dentro di te.

Su tutto, rimane indimenticabile la canzone «Mi vagyunk a grund» — «Noi siamo il grund» — che nel finale esplode con una forza quasi catartica. In quel momento non stava risuonando solo una canzone: si stava condensando un'esperienza collettiva. L'amicizia, l'appartenenza, la fedeltà infantile diventavano qualcosa di concreto, di tangibile, di commovente.

Una serata in cui tutto è andato al posto giusto

In ogni dettaglio dello spettacolo si sentiva una dedizione autentica: attori provenienti da diverse parti del paese, una coreografia costruita con cura, un impianto visivo e musicale al servizio della storia. Tutto lavorava perché quella storia non venisse solo raccontata, ma sentita.

E così è stato: alla fine, l'applauso a scena aperta non era una formalità. Era il segno di una commozione vera, condivisa da tutta la sala.

Il più bello che abbia mai visto

Questa serata è diventata, fino ad oggi, la mia esperienza teatrale più memorabile — e ho visto spettacoli in molti teatri diversi. Eppure è raro che uno spettacolo riesca ad arrivare al cuore in modo così diretto, così pulito, così semplice.

I ragazzi della via Pál non è solo la reinterpretazione di un classico. È un promemoria: che il «grund» esiste dentro ognuno di noi — solo che non sempre abbiamo il coraggio di ritrovarlo.

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