A dodici anni ero convinta che mia madre semplicemente non mi amasse abbastanza. Era tutta lì la spiegazione, nella mia testa. Me lo ripetevo così, in modo semplice, di notte, mentre fissavo il soffitto e cercavo di capire perché ogni piccola frase che diceva mi facesse tanto male.
Successe in cucina, un mercoledì sera. Mio padre non era ancora tornato dal lavoro, la pasta fumava sui fornelli. Le chiesi se potevo andare a dormire da un'amica nel fine settimana, e lei, senza nemmeno guardarmi, disse soltanto: "Vedremo se te lo meriti." Ricordo il cucchiaio che si fermò un istante nella sua mano, poi riprese a girare, come se non fosse successo niente. Io restai lì, sullo stipite della porta, con la gola che si stringeva.
Quella parola, "meritare", ha accompagnato tutta la mia infanzia
Ogni bel voto, ogni scusa, ogni abbraccio dovevo guadagnarmelo con qualcosa. Se avevo una brutta giornata e scoppiavo a piangere, la risposta era che non dovevo essere così sensibile, altrimenti ne sarebbero venuti guai. Se ero orgogliosa di me per qualcosa, aggiungeva subito di non montarmi la testa, perché era facile cadere dall'alto.
Da adolescente me la cavavo dicendo a me stessa che mia madre era fredda. Era la parola comoda, quella che potevo usare anche con le amiche quando mi chiedevano perché non tornavo volentieri a casa. Fredda, distante, severa. Con quelle parole potevo impacchettare qualcosa che in realtà non capivo davvero.
Poi, verso i vent'anni, durante una chiacchierata a tarda sera, mia nonna mi raccontò una cosa che non avevo mai saputo. Mi disse che mia madre, a diciannove anni, aveva partorito mio fratello completamente da sola, perché suo padre — mio nonno — aveva appena abbandonato la famiglia, e lei non aveva nessuno su cui appoggiarsi. Mi disse che da quel giorno mia madre aveva sempre creduto che, se non fosse stata abbastanza forte, abbastanza dura, tutte le persone importanti per lei l'avrebbero lasciata.
Ho capito che non ero "poco" per lei perché non mi amava abbastanza, ma perché nemmeno lei aveva mai imparato ad amare in un modo che non facesse male.
Questa consapevolezza non ha risolto nulla di colpo, è importante dirlo. Non è stato come nei film, dove all'improvviso capisci tutto e da lì in poi tutto diventa facile. Anzi, per un po' mi sono arrabbiata ancora di più: se lei sapeva quanto fa male crescere senza che nessuno ti dica mai che vai bene così, allora perché aveva passato la stessa cosa anche a me?
Una domenica pomeriggio, tornata a casa da loro per pranzo, ho provato a dirle tutto questo. Non è andata benissimo: ho confuso le frasi, sono scoppiata a piangere sopra la minestra, e lei stava seduta di fronte a me e mi guardava, come se non capisse di cosa parlavo. Alla fine ha detto solo una cosa, piano, quasi in un sussurro: "Io ho sempre pensato di proteggerti non viziandoti." In quella frase c'era qualcosa di fragile che prima non le avevo mai sentito.
Non posso dire che da allora sia tutto diverso
Ci sono giorni in cui dentro di me si riaccende ancora la vecchia voce, in cui dopo una sua frase mi sento di nuovo la dodicenne ferma sulla porta della cucina. Ma non provo più a comprimere in un'unica parola, "fredda", ciò che in realtà era fatto di due generazioni di paura e di sopravvivenza imparata.
A volte mi chiedo cosa trasmetterò io senza nemmeno accorgermene. E questo pensiero, ancora oggi, mi spaventa più di qualsiasi cosa io abbia mai sentito da mia madre.
Perché una madre può sembrare fredda pur amando il figlio?
Perché a volte la durezza è una forma di protezione appresa. Chi è cresciuto nella paura di essere abbandonato può convincersi che essere forte e severo sia l'unico modo per tenere vicine le persone che ama.
Capire il passato di un genitore fa sparire la rabbia?
No, non subito. Come racconta questa storia, la consapevolezza non cancella il dolore da un giorno all'altro: a volte la rabbia cresce prima di iniziare, lentamente, a trasformarsi in comprensione.
Perché certe ferite familiari si ripetono di generazione in generazione?
Perché spesso trasmettiamo, senza accorgercene, ciò che abbiamo imparato da piccoli. Chi non ha mai sentito dire "vai bene così" fatica a dirlo a sua volta, e così la stessa paura passa a chi viene dopo.











