All'inizio di novembre le strade che portano ai cimiteri si riempiono di auto, di secchielli di plastica, di crisantemi avvolti nella carta. È uno dei pochi momenti dell'anno in cui la morte smette di essere un argomento rimandato e diventa un appuntamento familiare, con tanto di orari e parcheggio difficile. E mentre gli adulti si muovono per abitudine, i bambini guardano tutto per la prima volta: le fotografie sulle lapidi, i nomi, le date, gli adulti che abbassano la voce. Le domande arrivano quasi sempre lì, tra un vaso da riempire e un cancello da attraversare.
Le parole semplici funzionano meglio delle metafore
La tentazione, davanti a un bambino, è ammorbidire: «il nonno è partito», «si è addormentato», «è andato via». Sono frasi che nascono dall'amore, ma che per una mente di cinque o sei anni sono letterali. Un nonno che è partito dovrebbe tornare; uno che dorme potrebbe svegliarsi; e andare a dormire, intanto, diventa spaventoso. È più protettivo dire che il corpo del nonno ha smesso di funzionare, che non respira più, non sente freddo e non prova dolore, e che non tornerà. Sembra brutale scritto così, ma i bambini reggono la verità concreta molto meglio dell'ambiguità: quello che li agita davvero è percepire che gli adulti nascondono qualcosa.
Accanto alla parte concreta c'è spazio per quello in cui la famiglia crede, purché sia presentato come un credo e non come un fatto: «noi pensiamo che…», «la nonna diceva che…». E va benissimo rispondere «non lo so» a una domanda sull'aldilà. Un genitore che ammette un limite è più rassicurante di uno che improvvisa una spiegazione traballante.






