Quello che fatico a sopportare è sentire subito gli sguardi addosso. I giudizi. I sospiri. O peggio ancora – e forse è la cosa più difficile – sapere che qualcuno sta già preparando un nuovo post da condividere, con frasi tipo “Non capisco perché devo sopportare un bambino che non sta zitto al ristorante / ok, il bambino sta zitto perché gli hanno dato un tablet, ma perché non lo lasciano semplicemente essere un bambino”.
La verità è che se sei genitore, hai già perso: puoi metterti a nudo, il mondo ti guarderà per un attimo e deciderà subito cosa stai sbagliando. Perché secondo loro non stai facendo nulla di giusto, questo è sicuro.
Gli esperti dei social media – giudizi per qualche like
Recentemente ho visto un post in cui qualcuno descriveva dettagliatamente come fosse entrato in un ristorante dove un bambino stava facendo i capricci. Alla fine del post, ovviamente, arrivava il giudizio netto: “Se non sanno gestire il bambino, restino a casa.” Probabilmente la stessa persona, in un’altra situazione – dove il bambino guardava tranquillo un tablet – avrebbe scritto: “Triste vedere che ormai anche i bambini sono incatenati allo schermo.”
Questa è la cosa più nauseante di tutta la faccenda. Persone che estrapolano un singolo momento, completamente estraneo alla loro vita, per costruirci sopra un post il cui unico scopo è generare reazioni. Un po’ di indignazione, qualche like, qualche commento d’accordo – e si sentono subito validati come influencer di opinione. Peccato che nel frattempo stiano calpestando la vita di qualcuno proprio nel momento in cui è più vulnerabile.

Non esiste una soluzione perfetta – solo tante difficoltà
Il mio problema più grande con questi post critici non è che esprimano un’opinione – ognuno è libero di dire ciò che pensa. Ma è che vedono il mondo solo in bianco e nero.
Se il bambino è stanco, irritabile e quindi piange o fa rumore, è “cattiva educazione”. Se invece arriva il tablet per avere almeno 20 minuti di pace, così il genitore può mangiare o mamma e papà possono scambiarsi qualche parola da adulti, è comunque “un errore”. E se il bambino sta zitto e osserva, è sospetto: sicuramente stanno allevando un “bambino robot”.
La vera maternità non si posta
La maggior parte delle mamme che conosco – me compresa – non dà un tablet al proprio bambino per disinteresse verso la sua crescita. Lo fa perché quel giorno ha letto dieci storie, portato il piccolo al parco due volte e si è alzata anche di notte. Lo schermo non è un sostituto dell’educazione, ma uno strumento, come tanti altri nella vita moderna.
E sì, capita che il bambino lasci cadere il cucchiaio, che rovesci la tovaglia o che chieda a voce alta qualcosa che a noi sembra imbarazzante. Succede anche che il nostro piccolo crolli per un’emozione che ancora non sa gestire. Non perché abbiamo sbagliato, ma perché crescere e imparare è un processo. Nessuno diventerà un adulto egoista e insopportabile solo perché a tre anni si è arrabbiato per aver ricevuto una pallina di gelato invece delle otto richieste.
Al contrario, può diventare un adulto spezzato, incapace di riconoscere i propri bisogni, chi non è stato insegnato a esprimere le emozioni con gli strumenti a sua disposizione – che col tempo diventeranno molto più civili e complessi del buttarsi a terra in mezzo al marciapiede, ma a tre anni non ci sono ancora altri modi di comunicare.

E se scegliessimo la comprensione?
Invece di pensare al prossimo post giudicante, forse vale la pena scegliere un’altra strada. Sorridere quando un bambino ride forte – anche se siamo al ristorante. Distogliere lo sguardo se vediamo qualcuno stanco accanto al suo caffè mentre il bambino disegna o guarda una storia. E soprattutto: non intrometterci nella vita degli altri se non sappiamo cosa c’è dietro.
Per chi si lamenta perché non capisce perché ci sono bambini al negozio, al ristorante, in aereo o ovunque diano fastidio, posso solo dire: scrivete pure post scontrosi, ma i bambini non spariranno dal mondo.
Che ci piaccia o no, saranno ovunque. Se qualcuno sui social media si lamenta perché il mondo non gira intorno ai suoi bisogni, forse ha più in comune con un bambino di tre anni di quanto voglia ammettere.











