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"Sono un po' masochista": ecco cosa significa davvero (e perché quasi nessuno lo sa)

Szalai Dóra5 min di lettura
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"Sono un po' masochista": ecco cosa significa davvero (e perché quasi nessuno lo sa) — Lifestyle
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Quante volte hai sentito qualcuno dire "sono un po' masochista"? Di solito lo intende come una battuta: significa che si ostina a restare aggrappato a qualcosa che gli fa male. Una relazione sbagliata, un lavoro che lo svuota, una situazione umiliante.

Eppure quella parola ha un significato molto più preciso e stratificato di quanto immaginiamo. Vale la pena capire da dove nasce e cosa racconta davvero di noi, sia nel linguaggio quotidiano sia in psicologia.

Da dove arriva questa parola

Il termine "masochismo" nasce dal nome dello scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch, che nell'Ottocento firmò romanzi in cui tornava un motivo ricorrente: il piacere trovato nella sofferenza, nella sottomissione e nell'umiliazione.

Fu poi la psichiatria ad adottare il concetto e a farlo entrare nel linguaggio specialistico, per descrivere un fenomeno psicologico ben definito: quando qualcuno trae piacere, sollievo o persino sicurezza emotiva dal dolore, dalla vulnerabilità o dalla rinuncia a sé.

Due significati che è meglio non confondere

Sia nel parlare comune sia in psicologia convivono due livelli di significato: collegati tra loro, ma non identici.

Il primo è il masochismo sessuale: quando una persona, in un contesto di consenso reciproco e in condizioni sicure, ricava piacere dal dolore, dal ruolo sottomesso o dalla cessione del controllo. Di per sé non è una malattia, ma una forma accettata delle preferenze sessuali, a patto che si fondi sul consenso e sul benessere di entrambi i partner.

Il secondo significato, più ampio, è il masochismo quotidiano, non sessuale: quando qualcuno cerca ripetutamente situazioni che gli fanno soffrire, senza nemmeno rendersene conto. Può essere una relazione in cui si mette sempre in secondo piano, un lavoro in cui lascia che gli altri approfittino di lui, o persino un dialogo interiore che non gli permette mai di godersi davvero i propri successi.

Perché si forma questo schema

Secondo la psicologia, raramente si tratta di qualcuno che "ama il male" e basta. È molto più probabile che la sofferenza sia diventata familiare, e persino rassicurante. Se da bambino una persona ha imparato che riceve attenzione e affetto solo rinunciando a sé, adattandosi, sopportando il male, da adulto cercherà istintivamente gli stessi schemi: perché è il suo vecchio, familiare linguaggio emotivo.

Spesso non è il dolore che amiamo, ma la certezza che il dolore ci offre: almeno sappiamo cosa aspettarci.

In alcune persone tutto questo avviene in modo inconsapevole: non si accorgono di scegliere sempre lo stesso tipo di relazione che finisce per ferirle. In altre, invece, si tratta di una sorta di autopunizione, quando il senso di colpa o le difficoltà di autostima portano a sentire di non meritare altro che la fatica.

Quando è sana varietà e quando conviene fare attenzione

Il masochismo che compare nel contesto sessuale, vissuto consapevolmente e costruito sul piacere reciproco, non rappresenta un problema: è una delle forme naturali della varietà della sessualità.

Diverso è il caso in cui lo schema si estende a più aree della vita, e una persona si ritrova regolarmente in situazioni che la danneggiano, senza capirne il perché, oppure ne soffre ma non riesce a uscirne.

In questi casi vale la pena parlarne con un professionista, con uno psicologo, perché dietro si nascondono spesso schemi antichi e profondamente radicati, difficili da mappare da soli.

Un luogo comune da chiarire

Molti credono che chi è masochista voglia consapevolmente il male per sé, come se fosse una scelta autodistruttiva. La realtà è più sfumata: nella maggior parte dei casi l'obiettivo non è la sofferenza, ma il legame, il senso di sicurezza o il sollievo che quella persona sperimenta attraverso la sofferenza.

Questa consapevolezza può aiutarci a non giudicare in fretta gli altri, o noi stessi. Meglio guardarci dentro con curiosità: da dove nasce questo schema, e di cosa avremmo davvero bisogno al suo posto?

Essere un po' masochisti significa amare la sofferenza?

No. Nella maggior parte dei casi non è la sofferenza il vero obiettivo, ma il senso di sicurezza, il legame o il sollievo che si sperimentano attraverso di essa. Spesso è il dolore a offrire una forma di certezza familiare.

Che differenza c'è tra masochismo sessuale e masochismo quotidiano?

Il masochismo sessuale è una preferenza vissuta consapevolmente, sul consenso reciproco e in sicurezza, e non è una malattia. Quello quotidiano è invece uno schema in cui si cercano, spesso senza accorgersene, situazioni che feriscono in relazioni, lavoro o dialogo interiore.

Perché si sviluppa questo schema di comportamento?

Spesso la sofferenza è diventata familiare e rassicurante. Chi da bambino ha imparato a ricevere affetto solo rinunciando a sé, da adulto tende a ripetere gli stessi schemi perché rappresentano il suo linguaggio emotivo più conosciuto.

Quando lo schema si estende a più aree della vita e ci si ritrova ripetutamente in situazioni dannose senza capirne il motivo, o ci si soffre senza riuscire a uscirne. Un professionista può aiutare a riconoscere schemi profondi difficili da individuare da soli.