Le elezioni di quest’anno hanno dato il via a conversazioni tra me e mia figlia che prima non facevano parte della nostra quotidianità. Come mamma, mi è sempre più chiaro che la domanda non è se parlare di politica, ma quale esempio vogliamo lasciare dietro di noi.
Il silenzio non è mai neutrale
Per molto tempo ho pensato che la politica fosse un peso extra, qualcosa per cui semplicemente non abbiamo energie. Lavoriamo, cresciamo i figli, molti di noi assistono genitori anziani, gestiamo la logistica quotidiana e, nei momenti migliori, cerchiamo di ritagliarci un po’ di tempo per noi stessi. In questa situazione è facile dire che la politica è troppo complicata per capirla davvero e troppo divisiva per schierarsi con un partito o un candidato sindaco con serenità.
Poi ho capito che stare lontani e tacere non è uno spazio vuoto. È una posizione, quella della riserva, spesso un modo non detto per sottrarsi alla responsabilità.
Ho realizzato che non è un atteggiamento da adulti. Quando non parliamo delle nostre questioni comuni, trasmettiamo il messaggio “non ci interessa” e che va bene se le decisioni su di noi vengono prese altrove, da altri.
Mentre molti adulti e genitori trovano questo approccio naturale, le nuove generazioni – almeno secondo la mia esperienza – non sono così. Recentemente ho sentito giovani parlare di politica in modo naturale e sfumato conversando con consapevolezza. Alla loro età io mi occupavo di tutto tranne che delle elezioni. Andavo a votare, seguivo più o meno gli eventi, ma dentro di me sentivo che a livello individuale il mio pensiero non contava.
Oggi però non voglio più perdere il ruolo nell’educazione politica
Come genitori abbiamo una grande responsabilità nel modo in cui i nostri figli si rapporteranno alle decisioni comuni. Anche se non ne parliamo, avranno comunque un’opinione – spesso costruita da fonti non verificate, mezze frasi e impressioni tra pari. Non è necessariamente un dramma, ma la situazione è più complessa. Inoltre, non esprimere un’opinione è già un messaggio: comunica che la politica è qualcosa di segreto, meglio non affrontarla. E io non voglio trasmettere questo a mia figlia.
Votare è un diritto e una responsabilità.
Non serve essere appassionati o seguire ogni evento politico minuto per minuto, ma è fondamentale capire che le decisioni influenzano la nostra vita, il futuro dei nostri figli e i pesi che portiamo ogni giorno. Parlarne non è propaganda politica, ma la base per esercitare un diritto per cui i nostri predecessori hanno spesso pagato un prezzo alto. Non dobbiamo dimenticare che in Italia e nel mondo la politica è ancora dominata dagli uomini. Se non usiamo il nostro diritto di voto faticosamente conquistato, come possiamo aspettarci una rappresentanza vera?

Le prime esperienze: insieme alle urne
Mia figlia mi ha sempre accompagnata a votare. All’inizio parlavamo in modo semplice di cosa decidono gli adulti e di come ogni voto esprima ciò che si considera importante. Non ho esagerato con le spiegazioni, volevo solo che fosse una parte naturale della nostra vita: andare, fare la fila, segnare la scheda e inserire la busta nell’urna.
A questa età conta molto di più l’esperienza che il contenuto. Il voto non è un evento misterioso o irraggiungibile, ma una decisione tranquilla e quotidiana che riguarda anche noi.
Quando non si possono più dare risposte a metà
Poi è arrivato il momento in cui ho iniziato a ricevere sempre più domande, soprattutto ora che la politica ci arriva da ogni parte. È naturale che, crescendo, i ragazzi diventino più curiosi. A scuola sentono cose, vedono manifesti, e le pubblicità politiche non risparmiano nemmeno le fiabe. Come genitori dobbiamo prima o poi affrontare tutto questo. È importante avere un po’ di ordine nella nostra testa, perché i bambini percepiscono subito incertezza o contraddizioni. Questo mi ha spinto a aggiornarmi meglio sulle questioni attuali.
Gli esperti dicono che con i più grandi si può parlare di come ogni elezione influisca sul loro ambiente. Perché conta chi votiamo e quali conseguenze può avere sul sistema scolastico, i parchi locali, l’ambiente, i trasporti o la sanità. Vale la pena guardare cosa promettono i partiti e riflettere su come questi cambiamenti si rifletterebbero nel nostro piccolo mondo. Quando i ragazzi vedono il legame tra la loro vita quotidiana e le decisioni, capiscono davvero che la loro opinione conta.
È tempo di pensiero critico e cultura del confronto
La scuola superiore è un altro mondo. Qui i giovani sono immersi nei social media, negli algoritmi e in opinioni forti, spesso estreme. Per questo come genitori il nostro compito più importante è rafforzare il pensiero critico. Non si tratta di dire cosa pensare – già difficile nell’adolescenza – ma di insegnare a mettere in discussione le informazioni, distinguere fatti da opinioni e formarsi una propria posizione.
Con i giovani adulti si può anche condividere come la pensiamo su alcune questioni, ma sempre sottolineando che non devono necessariamente essere d’accordo con noi.
Anzi, possono discutere, chiedere, dubitare e costruire il proprio punto di vista. Dopotutto, la politica è proprio questo!
Praticare il rispetto per le opinioni diverse è importante quanto il contenuto politico stesso, perché è la base per diventare adulti responsabili e attivi.
Il messaggio più forte però è quello che diamo con le azioni, non con le parole. Qualunque cosa diciamo, i ragazzi osservano prima di tutto come ci comportiamo. Se andiamo a votare, se ci informiamo, se non parliamo con odio di chi la pensa diversamente, questo è ciò che trasmettiamo. Altrimenti, anche quello.
Per questo parlo ancora molto con mia figlia delle elezioni di quest’anno e di tutto ciò che facciamo per la comunità. Perché sappia che la sua voce conta, che le sue domande sono legittime e che abbiamo davvero a cuore le nostre questioni comuni.











