C'è una scena che conoscono quasi tutti i genitori di ragazzi tra gli undici e i diciassette anni: lui è sul divano, il telefono a dieci centimetri dal viso, tu passi e chiedi cosa sta guardando, e la risposta è un "niente" pronunciato senza alzare gli occhi. In quel momento è facile scivolare in una delle due reazioni estreme: togliere il telefono, oppure fingere che vada tutto bene. Entrambe hanno lo stesso effetto, cioè chiudere la porta. Perché il punto non è quanto tempo passa online, ma se tu sei una persona a cui può raccontare quello che gli succede lì dentro.
Cosa cercano davvero là dentro
Per un adolescente i social non sono un passatempo: sono il cortile. Ci si trova con i compagni, si decidono i piani, si costruisce la reputazione, si prende in giro qualcuno e si scopre di essere stati presi in giro. Quando un genitore liquida tutto come "perdere tempo", il ragazzo capisce una cosa sola: non serve raccontarti nulla, tanto non capiresti. Da lì in poi tu vedi solo il gesto (lo schermo, la testa bassa) e non la storia (l'amica che l'ha esclusa dal gruppo, il video che gira sulla classe).
Vale la pena ricordare che anche la nostra vita adulta passa da un telefono, tra lavoro, banca, messaggi e scroll serale. Un divieto imposto da chi è a sua volta con il dispositivo in mano perde autorevolezza in tre secondi. La coerenza conta più della regola.






