C'è un pensiero che molte donne confessano solo a mezza voce, magari ridendo per smorzarlo: "mi dà fastidio non piacere anche a quello che non mi piace". Detto così suona come civetteria. In realtà è una delle frasi più sincere che si possano dire sull'autostima, perché racconta un meccanismo preciso: non cerchiamo quell'uomo, cerchiamo la conferma di esistere come donna desiderabile. E quando la conferma non arriva, la conclusione che il cervello tira fuori in mezzo secondo non è "non siamo compatibili", ma "sono brutta".
Il termometro fuori dal corpo
Tutte noi abbiamo un'idea di quanto valiamo esteticamente, e quell'idea dovrebbe stare dentro di noi, relativamente stabile. Succede però che per molte sia stata collocata all'esterno: negli sguardi, nei complimenti, nei messaggi che arrivano, nei like. Se il termometro è fuori, ogni volta che qualcuno non lo consulta la temperatura sembra scendere. È per questo che l'attenzione di una persona che non ci interessa affatto può comunque farci stare meglio per due ore: non ci ha desiderate, ci ha misurate. E il numero ci è piaciuto.
Il meccanismo si costruisce presto. Tra i dodici e i diciotto anni molte imparano che il valore sociale di una ragazza passa dallo sguardo maschile: chi viene notata conta, chi non viene notata è invisibile. Poi arrivano gli strumenti che rendono tutto misurabile, e la conta diventa quotidiana. Nessuna decide di vivere così: ci si ritrova dentro.






