Quando ti accorgi che non giustifichi più automaticamente i più giovani, ma inizi a pensare che forse c’è un fondo di verità nelle critiche… beh, allora non fai più parte delle generazioni più giovani.
Per molto tempo ho pensato che a me non sarebbe successo, perché sono flessibile, aperta, comprensiva e soprattutto abbastanza empatica da accettare ogni nuova epoca come naturale. In gran parte è vero. Eppure, la domanda del titolo mi ronza sempre più spesso nella testa, nonostante abbia ascoltato diverse conferenze e letto libri di studi generazionali.
Ogni generazione dice la stessa cosa, cambia solo il rumore di fondo
In fondo non c’è nulla di nuovo sotto il sole, perché ogni generazione è convinta che la propria sia eccezionale, mentre quella dopo distruggerà il mondo. La differenza che sento oggi non sta tanto in questo, ma nel fatto che prima cambiavano soprattutto le norme di comportamento, che miglioravano (secondo me in meglio), mentre oggi la soglia di stimoli e la percezione della realtà sono molto distorte.
La tecnologia non è più solo uno strumento, ma un ambiente naturale senza cui la vita si ferma. A partire dalla Generazione Z, i giovani crescono in questa visione del mondo, che plasma il loro sistema nervoso, la loro attenzione e la loro pazienza.
Dì che la tenacia oggi ha solo un aspetto diverso!
Quando guardo intorno, sia nel mio ambiente che osservando mio figlio, noto subito qualcosa. È in parte disinteresse, in parte pigrizia, ma soprattutto il fatto che l’idea di uno sforzo a lungo termine è praticamente estranea. Quella resistenza interiore che dice:
“lo faccio anche se è noioso, difficile o non vedo subito i risultati”.
Lo so, anche a me da adolescente dicevano “studi per te stessa, cara”, ma non volevo crederci. Eppure sapevo qual era il mio compito, il mio dovere, e non c’era dubbio che se nevicava spalavo, se eravamo al negozio aiutavo a portare le borse, o almeno mettevo in ordine le mie cose per non far vedere a mia madre il caos che avevo combinato. Non avevamo scelta, certe cose andavano fatte.

Rinunciare, aspettare, impegnarsi facevano parte della nostra quotidianità.
Solo dopo capisco davvero quanto questo ambiente mi abbia formato e dato, anche se l’adolescenza è stata dura. A trent’anni vivevo una vita costruita, con famiglia, casa e macchina già sistemati. Certo, non solo grazie a me e con un po’ di fortuna, ma per la vita serve molto più della fortuna.
La cultura del “qui e ora” e la trappola della gratificazione immediata
Non amo questa espressione, ma il cervello dei “giovani di oggi” funziona a un ritmo completamente diverso, e io sento che faccio sempre più fatica a tenere il passo. Tutto è veloce, immediatamente disponibile, ottimizzato e, possibilmente, tutto serve: ora. La gratificazione immediata è la norma, non l’eccezione.
In questo contesto la monotonia, il risultato ritardato, il rallentamento, il pensiero “non oggi, ma magari un giorno” sono non solo più difficili, ma quasi impensabili.
Un video dopo pochi secondi diventa noioso, un processo di apprendimento è troppo lungo, un lavoro “non va bene” se non dà feedback o soddisfazione immediata.
Se non arriva un risultato veloce, il cambio è automatico: altra app, altro hobby, altro lavoro o altro amico. Noi siamo cresciuti sapendo che ci sono periodi in cui “si deve solo fare”, ora invece c’è sempre meno spazio per costruire qualcosa senza un continuo riscontro.
Parlare di salute mentale è liberatorio e necessario, forse la nostra generazione è la prima a occuparsi davvero di questo tema importante. Ma spesso è difficile capire dove finisce la consapevolezza di sé e inizia l’autoassoluzione. Il mondo in cui vivono i nostri figli è oggettivamente più incerto di quello che abbiamo conosciuto noi (o i nostri genitori). Crisi climatica, instabilità economica, propaganda, difficoltà abitative, pressioni sociali... Non sorprende che i giovani vedano il futuro in modo diverso. Perché dovrebbero pianificare, investire in un futuro così incerto? Perché fare sacrifici oggi per una promessa che non possono essere sicuri di avere?

Come genitori, è un terreno particolarmente difficile
Vogliamo trasmettere abilità che noi non abbiamo imparato, ma “ricevuto” dalla vita e dalle circostanze. Mi consolo pensando che anche i nostri genitori e nonni probabilmente si sentivano così: sicuramente il nonno reduce di guerra pensava che suo figlio (e sicuramente il nipote) sarebbe stato un debole, visto quanto facile era la vita oggi, grazie alla sua generazione.
Per me è poca consolazione che ci siano differenze così grandi tra le generazioni e che tutto sarà chiaro solo dopo. Nel frattempo dobbiamo imparare come genitori a insegnare la tenacia, la responsabilità, l’impegno e, in generale, la grande E della Vita…
Lo scenario pessimista dice che stiamo andando verso una società fragile e frammentata, quello ottimista verso un mondo più empatico e consapevole, dove il burnout non è lo stato di base. Io sento soprattutto che stiamo vivendo un grande cambiamento, e anche per la ricerca generazionale è un salto. Non c’è un passaggio netto, ma dal 2026 nasceranno i Beta, la cui vita sarà segnata fin dal primo istante dall’intelligenza artificiale, dal rapido sviluppo tecnologico e dalle sfide della sostenibilità.
Non abbiamo risposte pronte per il futuro, forse non le abbiamo mai avute. Forse non sarà importante quanto riusciamo a lasciar andare i nostri automatismi, senza rinunciare ai valori, ma piuttosto saper dare confini, accettando che non percorriamo la stessa strada. Perché anche se il mondo è cambiato, una cosa non cambia: la responsabilità degli adulti. Da questo stato incerto e di passaggio, come sempre, nascerà qualcosa di nuovo.











