Ero seduta al tavolo della cucina, il caffè ormai freddo da un pezzo, quando l'ho detto ad alta voce per la prima volta in vita mia: non amo mia figlia come dovrei.
Mio marito stava sistemando i piatti nel lavello. Si è fermato un istante, poi ha continuato come se non avesse sentito. Eppure aveva sentito. Solo che nessuno dei due sapeva cosa farsene di quelle parole.
La mia bambina aveva due anni e da tre giorni non dormiva bene la notte. Nemmeno io. Avevo occhiaie così scure che mia suocera mi disse di farmi vedere da un medico, che dovevo essere malata. Non ero malata. Ero solo esausta. E da qualche parte, nel fondo della mente, in un angolo che mi vergognavo persino di ammettere, si nascondeva un pensiero: magari non fosse qui. Magari potessi tornare a quella vita in cui rispondevo solo di me stessa.
L'istinto materno che non è mai arrivato
Quando è nata, pensavo che nell'istante stesso in cui l'avessi guardata mi sarebbe travolto qualcosa. Quel qualcosa di cui parlano i film e i racconti delle amiche. Aspettavo l'emozione che avrebbe messo tutto a posto. Non è arrivata.
Al suo posto è arrivato il dolore dell'allattamento, la tempesta ormonale, un corpo che non era più il mio. E una minuscola creatura che voleva sempre qualcosa da me, mentre io non sapevo nemmeno cosa volessi io.
Un'amica, Chiara, mi raccontò una volta di aver provato lo stesso. Solo che suo figlio aveva già quattro anni quando si accorse che da giorni lo toccava a malapena per affetto, ma solo per dovere: lo vestiva, lo nutriva, lo metteva a letto.
"Mi sentivo come un ingranaggio che si era rotto da qualche parte, dentro", mi disse, e si portò la mano al petto, come se cercasse lì il guasto.
Fu allora che capii di non essere sola in questo. Ma non per questo diventò più facile dirlo a qualcuno che non fosse madre.
Avrei voluto amarla come si aspettavano da me, ma l'amore non arriva a comando. E questo nessuno me l'aveva detto prima.
Ho mentito dicendo che stavo bene
La mia ostetrica una volta mi chiese se stessi bene, e io risposi che certo, andava tutto bene, ero solo stanca. Eppure da settimane pensavo a cosa sarebbe successo se semplicemente me ne fossi andata per qualche giorno, da sola, in un posto dove nessuno mi chiamasse mamma.
Non perché volessi fare del male alla mia bambina, ma perché sentivo di aver perso me stessa, e il pezzo mancante era rimasto incastrato da qualche parte nel suo mondo.
La svolta non è arrivata in un solo istante, ma poco alla volta, con il passare del tempo. Mia figlia cominciava a diventare una piccola persona autonoma, rideva alle mie battute e, una volta, quando caddi sul marciapiede, corse verso di me e mi chiese se mi fossi fatta male. Fu allora che provai per la prima volta qualcosa di diverso dal dovere.
Ma quello stato di prima, quel vuoto che mi era rimasto dentro per mesi, non è sparito senza lasciare traccia. Ho solo imparato a conviverci. E a volte torna ancora, dopo una brutta notte, quando la pazienza si esaurisce e mi ritrovo a contare fino a dieci a denti stretti prima di urlare.
Ho un'amica che mi disse di non parlarne con nessuno, perché mi avrebbero giudicata, perché avrebbero pensato che ero una cattiva madre. Forse aveva ragione. Eppure l'ho scritto lo stesso, perché quando pronunciai quella frase in cucina, insieme arrivò anche un sollievo. Come se finalmente non dovessi più portare da sola quel peso che il silenzio significava.
Anche oggi ci sono giorni in cui guardo mia figlia mentre dorme e non provo quell'amore travolgente e cinematografico di cui parlano tutti. Sento solo che è qui, che è mia. E che in qualche modo, nonostante tutte le contraddizioni, domani sarò ancora accanto a lei.
È normale non sentire subito l'istinto materno?
Molte donne si aspettano un amore immediato e travolgente alla nascita, ma per alcune non arriva così. Come racconta questa testimonianza, il legame può costruirsi lentamente, giorno dopo giorno.
Cosa significa provare ambivalenza verso il proprio figlio?
Vuol dire prendersi cura di lui per dovere più che per slancio affettivo, sentendosi a volte come "un ingranaggio rotto". Non equivale automaticamente a essere una cattiva madre.
Perché è così difficile parlarne apertamente?
Perché c'è la paura del giudizio e dello stigma, il timore di essere etichettate come cattive madri. Eppure, come racconta l'autrice, dare voce a questo peso può portare un profondo sollievo.
Questo vuoto può passare?
Nel racconto, la svolta arriva poco alla volta, mentre la bambina cresce e diventa una piccola persona autonoma. Il vuoto può attenuarsi, anche se a volte torna dopo le notti difficili.











