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"Mommy brain": è vero che diventiamo più smemorate dopo un figlio? Cosa dice la scienza

Farkas Izabella5 min di lettura
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"Mommy brain": è vero che diventiamo più smemorate dopo un figlio? Cosa dice la scienza — Famiglia
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Una mamma è seduta ai giardinetti, con il caffè che si raffredda in mano e il telefono sulla panchina accanto a lei. È appena arrivato un messaggio dal gruppo di lavoro, ma non riesce a rispondere: sta cercando di capire se la sua bambina ha chiesto lo scivolo per la terza o per la quarta volta. Due minuti dopo, ha già dimenticato cosa voleva scrivere.

È una sensazione che moltissimi genitori conoscono bene. Ha persino un nome: in inglese lo chiamano "mommy brain", quella specie di nebbia mentale in cui sembrano vivere le neomamme e le mamme di bimbi piccoli.

E la domanda non è affatto banale. Chi passa anni a casa con uno o più figli teme, a ragione, di perdere lucidità, competenze professionali e persino vocabolario. Ma stanchezza e distrazione significano davvero che il cervello, sul lungo periodo, "rallenta"?

Cosa dicono davvero le ricerche sul cervello materno

Negli ultimi decenni sempre più neuroscienziati hanno rivolto l'attenzione al periodo intorno al parto, e le immagini raccolte raccontano una storia sorprendentemente sfumata. Durante la gravidanza e subito dopo la nascita, nella materia grigia avvengono cambiamenti realmente misurabili, soprattutto nelle aree responsabili della comprensione sociale, dell'empatia e della capacità di cogliere i bisogni dell'altro.

Non è un impoverimento, è una trasformazione: il cervello riceve una sorta di messa a punto per rispondere in modo più sensibile ai segnali del neonato.

Le lamentele sulla memoria, nella maggior parte dei casi, non hanno nulla a che vedere con un calo dell'intelligenza. C'entrano piuttosto la carenza cronica di sonno, il multitasking continuo e le oscillazioni ormonali. Chi vive con un neonato dorme in media molto meno e in modo più frammentato di prima, e la privazione di sonno, di per sé, peggiora la memoria a breve termine e la concentrazione, che si lavori o si stia a casa con il bambino.

Non è il cervello a rimpicciolirsi: è l'attenzione a essere continuamente divisa. E sono due cose completamente diverse.

La trappola della routine

C'è però qualcosa di vero. Dopo molto tempo, la routine quotidiana fatta di corse all'asilo, spesa e bagnetto della sera offre meno occasioni di pensiero astratto rispetto a un compito professionale complesso. Se per anni non si compilano tabelle, non si tengono presentazioni, non si partecipa a discussioni di lavoro, alcune abilità — proprio come un muscolo che non si allena — possono davvero indebolirsi. Ma non è un danno al cervello: è semplice mancanza di allenamento, che in un altro contesto torna a posto piuttosto in fretta.

Allo stesso tempo, crescere un figlio sviluppa moltissime competenze che il mondo del lavoro raramente riconosce con altrettanta chiarezza: gestione dei conflitti, problem solving flessibile, capacità di valutare più prospettive insieme, tempi serratissimi da incastrare. Un genitore che tiene insieme le esigenze di due bambini piccoli, la logistica di una casa e sé stesso non diventa meno capace: sviluppa una forma diversa, spesso sottovalutata, di organizzazione.

L'aspettativa sociale che fa male

Nell'uso dell'espressione "mommy brain" c'è una doppiezza scomoda. Da un lato porta sollievo a chi si riconosce in quel racconto: è confortante sapere di non essere l'unica a dimenticare le chiavi più volte al giorno. Dall'altro, però, rischia di trasformarsi facilmente in una profezia che si autoavvera: se una madre si sente ripetere di continuo che dopo un figlio "le si è rallentata la testa", finirà per crederci anche lei, e proverà meno spesso a cimentarsi in compiti in cui prima si muoveva con disinvoltura.

Il mercato del lavoro spesso rafforza questa convinzione: non è raro che le donne che rientrano dopo un lungo congedo parentale vengano assegnate a compiti meno complessi, come se si desse per scontato che siano "uscite" dalla loro professione. Ma questo è più un pregiudizio che uno svantaggio cognitivo reale, e molto spesso è proprio quell'aspettativa a rallentare davvero il reinserimento, non lo stato del cervello.

Cosa aiuta quando ci si sente comunque "spente"

La maggior parte dei genitori che restano a casa a lungo, col tempo se ne accorge da sé: in alcuni ambiti perdono allenamento, in altri sono cresciuti sorprendentemente. Il riposo, anche se breve e frammentato, migliora molto la concentrazione. Aiuta anche mantenere volutamente qualche stimolo mentale al di fuori della routine: un libro, un corso online, oppure il tornare ogni tanto in contatto con la propria comunità professionale, anche solo a livello di chiacchierata.

Tornare al lavoro, nella maggior parte dei casi, non è difficile perché il cervello si è deteriorato, ma perché è la fiducia in sé stesse ad essersi logorata. E nel giro di qualche settimana o mese gran parte della vecchia routine ritorna. La maternità non rende meno intelligenti: sposta solo l'attenzione in un'altra direzione per un po'. E quella diversità è spesso proprio ciò che, più avanti, si può riportare nel mondo del lavoro come un valore aggiunto.

Il "mommy brain" esiste davvero?

Sì, ma non è quello che si pensa. Le dimenticanze e la nebbia mentale sono reali, però dipendono soprattutto dalla mancanza di sonno, dal multitasking e dagli ormoni, non da un calo dell'intelligenza.

La maternità rende meno intelligenti?

No. Il cervello non si impoverisce: si trasforma e si "mette a punto" per rispondere meglio ai bisogni del bambino. Alcune abilità poco usate si arrugginiscono, ma tornano in fretta con la pratica.

Perché è così difficile tornare al lavoro dopo un figlio?

Spesso non è colpa del cervello, ma della fiducia in sé stesse che si è logorata, unita ai pregiudizi del mercato del lavoro. Nel giro di qualche settimana o mese gran parte della vecchia routine ritorna.

Cosa aiuta a sentirsi di nuovo lucide?

Riposare quando possibile, anche in modo frammentato, e mantenere qualche stimolo mentale fuori dalla routine: un libro, un corso online o il contatto con la propria comunità professionale.

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