“Non sono gelosa, ma riflettendoci bene questa situazione sembra sospetta” – ha detto di recente un'amica. “Non mi ha ferito, è solo andata male tutta la faccenda” – ho sentito da un'altra durante il racconto di Natale in famiglia. Queste frasi mi sono rimaste in testa, e da allora le osservo con attenzione. Non solo negli altri, ma anche in me stessa. Come se le nostre emozioni da sole non fossero abbastanza accettabili, e subito volessimo aggiungere una nota a piè di pagina. Un contesto. O, se preferisci, una scusa.
È come se temessimo che lasciando semplicemente esistere le nostre emozioni, diventino troppe, o che noi stessi diventiamo troppo.
Molti di noi sono stati educati a pensare che le emozioni richiedano una spiegazione. Non contava cosa sentivi, ma “perché lo senti”. E quel perché spesso non nasceva dalla curiosità, ma da un giudizio. Dimostra che ciò che provi è giusto. Che non stai esagerando. Che non sei isterico, sensibile o ingrato. Così abbiamo imparato presto che l’emozione da sola non basta – va difesa, va motivato perché la sentiamo.

Capire le nostre emozioni può essere davvero utile: ci aiuta a fermarci prima di cadere in un circolo vizioso, a capire come reagire, qual è il vero problema che le scatena e come risolverlo. Ma è facile cadere nell’errore di cercare subito questa spiegazione, invece di accettare semplicemente che stiamo provando qualcosa in quel momento.
Spiegare sembra più sicuro che vivere
Analizzando, inquadrando, razionalizzando, sembra che l’emozione spiacevole si allontani da noi. Mettiamo l’emozione sotto la lente, non è più dentro di noi, ma diventa un “oggetto” del nostro pensiero. Un progetto. Un problema da risolvere. Ma così dimentichiamo di viverla davvero.
Le emozioni non sono problemi, ma segnali. Non arrivano per essere smontate, ma per essere ascoltate. La rabbia non chiede spiegazioni, ma spazio. La tristezza non vuole un’analisi, ma tempo. La paura non cerca logica, ma sicurezza. Quando interpretiamo subito le nostre emozioni, spesso soffochiamo proprio il messaggio che portano.

C’è anche un forte desiderio di controllo. Le emozioni sono imprevedibili. Se le vivo, non so quanto dureranno o dove mi porteranno. Se le spiego, sento di avere il controllo. Sono intelligente, riflessiva, matura.
Ma la maturità emotiva non inizia dal capire tutto subito, ma dal sopportare ciò che sentiamo.
E dal semplice accettare che in questo momento è così che si sente il nostro cuore.

Forse la vera liberazione sarebbe concederci questa semplicità. Non iniziare subito a giustificarci. Non mettere l’emozione tra parentesi per analizzarne le cause. Non correre a superarla, ma restare con essa un po’. A disagio, incerti, ma sinceri. Perché le nostre emozioni trovano il loro posto non quando le capiamo, ma quando finalmente le viviamo.











