Mia nonna materna amava raccontare storie. Non i soliti "ai miei tempi" ma grandi leggende di famiglia. Una ricorrente era la nostra origine tedesca. Diceva che suo nonno parlava tedesco, un vero svevo, ma morì presto quando suo figlio – il mio bisnonno – era ancora piccolo. La bisnonna si risposò, nacquero altri figli e dal marito tedesco rimase solo un cognome un po’ strano, quasi straniero, che durante la Seconda guerra mondiale fu velocemente italianizzato per precauzione.
La storia includeva sempre una scena quasi cinematografica: da bambina, mia nonna vide alcuni parenti tedeschi in visita. Non parlavano una lingua comune, perché suo padre non aveva mai imparato il tedesco. Si capivano a gesti, poi i parenti sparirono e nessuno li rivide più. Si persero nel mistero della nostra storia familiare. Quella storia non era solo un ricordo, ma parte della nostra identità. Definiva come ci vedevamo.

Forse è per questo che anni dopo ho iniziato a cercare il mio albero genealogico
Non con uno scopo preciso, ma per curiosità. Volevo vedere nomi, paesi, date. Volevo rendere tangibile quel passato che conoscevo solo attraverso racconti.
Con entusiasmo ho iniziato a sfogliare registri digitalizzati online, ma le risposte che cercavo erano molto diverse da quelle che immaginavo.
Ho trovato l’estratto di nascita del mio bisnonno. Il nome era scritto esattamente come lo usiamo oggi. All’italiana. Poi ho trovato quello di suo padre – il presunto tedesco. Stesso cognome. Nome italiano. Luogo di nascita: un piccolo paese vicino a Eger. Nessun segno che fosse tedesco: né nazionalità, né religione, né lingua. Anche volendo, non riuscivo a vedere nulla di "straniero".
La leggenda di famiglia è crollata in un attimo.

La mia prima reazione non è stata delusione, ma confusione. Che succede adesso? Da dove viene tutta questa storia? Perché mia nonna l’ha inventata? Forse ha frainteso qualcosa? O aveva semplicemente bisogno di quella storia?
Non avrò mai una risposta certa. Ma più ci penso, meno sento il bisogno di "smontare" il passato. Perché forse la storia non era vera nei fatti, ma lo era nei sentimenti.
Mia nonna credeva in un passato perduto, in origini diverse, in un senso di estraneità – e che fosse vero o no, quella fede ha plasmato chi era.
Davvero conta da dove veniamo? Quale lingua parlava il nostro trisavolo? Quale nome gli hanno scritto nel registro centocinquant’anni fa? Non credo di essere cambiata scoprendo che non parlava tedesco. Non sono meno interessante, non ho perso nulla. Conta ciò che pensiamo e come raccontiamo le nostre storie.
Ho capito che il passato familiare spesso è fatto più di racconti che di fatti. Narrazioni che ci aiutano a capirci, a superare epoche, a integrarci o a distinguerci. Non è tanto importante se sono vere, ma perché ne avevamo bisogno.











