Spesso pensiamo che l’umore della giornata dipenda dalle grandi cose: quante ore abbiamo dormito, quale notizia abbiamo letto per prima, o quanti impegni ci aspettano. Certo, sono importanti, ma ci sono molte cose su cui non abbiamo controllo. La mia esperienza è che non sono queste a decidere come sarà la mia giornata, ma quei piccoli gesti che silenziosamente ci tengono insieme. Quei piccoli movimenti intorno a cui costruisco le mie mattine, senza i quali tutto sembra più caotico.
La prima cosa che faccio ogni mattina è prepararmi il tè. Non è solo un gesto, è un rito. Già dal suono del bollitore mi sento più calma: so che sta iniziando qualcosa di nuovo, qualcosa di intatto. Mentre il tè si infonde, apro la finestra e mi fermo un attimo. A volte l’aria è fredda, a volte umida, a volte entra il canto degli uccelli o il fruscio del vento – ma mi ricorda sempre che la giornata è iniziata. Vedo le persone che già si dirigono al lavoro, osservo gli autobus che si fermano vicino. Presto anche io mi sincronizzerò con il ritmo della città, ma per ora mi godo la lentezza.

Poi mi siedo sul divano con la mia tazza preferita e guardo il cielo. Non prendo il telefono, non penso a cosa mi aspetta durante la giornata.
Osservo solo le nuvole e cerco di essere presente a ciò che sta accadendo. Guardo sempre l’orologio quando mi siedo e da quel momento mi concedo esattamente dieci minuti di silenzio. Dieci minuti non sono molto, ma bastano per rimettere un po’ a posto il mondo dentro di me.
Questi dieci minuti sono diventati uno dei rituali più importanti della mia giornata. Non sono appariscenti o speciali, ma senza di loro tutto fatica a partire. Non per il tè o le nuvole, ma perché in quel momento sento di avere una scelta. Prima che qualcuno mi chieda qualcosa, prima che la giornata mi travolga con i suoi impegni, c’è un attimo che è solo mio.
Quando i dieci minuti finiscono, inizio la mia giornata: sistemo la cucina, preparo la colazione, sveglio mia figlia, mi avvicino a lei e respiro il suo profumo. Cerco di imprimere nella memoria la sensazione delle sue braccia intorno a me, perché so che quando crescerà mi mancherà.
Dopo aver accompagnato mia figlia a scuola, torno a casa a piedi. Sono solo due fermate di autobus, non molto, ma abbastanza per prendere una boccata d’aria e muovermi un po’. È diventata parte della mia routine: un piccolo movimento che non è allenamento o attività mirata, solo una passeggiata. Ascolto musica, guardo gli alberi, osservo come cambiano le stagioni.
A volte noto come sistemano la frutta davanti al negozio o che alla panetteria all’angolo c’è sempre la stessa signora in fila. Questi dettagli ripetitivi sono stranamente rassicuranti.

Penso che tutti abbiamo questi piccoli punti di appoggio, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Pensiamo che per la salute mentale serva fare qualcosa di grande: meditare, scrivere un diario, andare in terapia. Sono tutte cose utili, ma a volte basta solo riconoscere quanto fa bene un sorso di bevanda calda al mattino, quanto è bella la luce che entra dalla finestra o quanto familiare è l’aria fresca fuori. A volte non serve fare nulla per stare bene, basta permettersi di sentirsi così.
La gratitudine non è sempre un sentimento solenne. Spesso è solo una semplice constatazione: “che bello averlo”. Che abbiamo la nostra tazza preferita.
Che possiamo vedere gli uccelli volare via. Che possiamo dedicarci dieci minuti prima di lanciarci nella giornata. Questi momenti non risolvono tutto, ma aiutano a non perdersi completamente.
Secondo me non serve costruire una mattina perfetta. Non serve ogni giorno fare yoga all’alba, meditare o bere un frullato verde. Basta trovare uno o due gesti che aiutano a mettere ordine nei pensieri prima che inizi la giornata. E essere grati di averli.











