Succede in modo così leggero che quasi non lo senti. Una amica propone un corso di tango, e tu dici: «Figurati, alla mia età». Provi un paio di pantaloni che ti piacciono e aggiungi davanti allo specchio: «Non sono più da me». Qualcuno ti chiede se ti va di cambiare lavoro, e rispondi che ormai è tardi. Nessuno ti ha detto nulla. La frase è partita da dentro, con il tono allegro di chi è realista. Ed è proprio questa la parte interessante: abbiamo imparato così bene il copione sull'età che non serve più nessuno a recitarlo per noi.
Come suona davvero l'ageismo rivolto a sé stesse
Raramente assomiglia a un giudizio esplicito. Più spesso prende la forma di una rinuncia preventiva, di un'autoironia che arriva prima di qualsiasi commento altrui, di un'autorizzazione che non ci diamo. Si riconosce da tre segnali ricorrenti: l'uso di «ormai», l'uso di «più» («non più», «non mi sta più», «non è più per me») e la tendenza a scusarsi per il proprio desiderio, come se volere qualcosa a cinquanta o sessant'anni fosse una stranezza da giustificare.
C'è anche una versione più sottile: quella in cui attribuiamo all'età qualsiasi cosa non funzioni. La stanchezza di un periodo pesante diventa «è l'età». La fatica a imparare un software nuovo, che riguarderebbe chiunque, diventa «sono di un'altra generazione». Così smettiamo di cercare cause reali — e quindi anche soluzioni reali.





