Da dove viene questa voce
Nessuna di noi se l'è inventata. L'abbiamo assorbita da decenni di immagini in cui le donne sopra una certa soglia esistono solo come madri o come nonne, da battute familiari sul tempo che passa, dalla pubblicità che ci ha insegnato a leggere ogni segno del viso come un errore da correggere. L'abbiamo sentita pronunciare da nostra madre su sé stessa, e l'abbiamo ereditata insieme alle ricette e ai soprammobili.
Il meccanismo psicologico è quasi protettivo: se mi escludo da sola, nessuno può escludermi. Se dico per prima che sono fuori tempo massimo, mi risparmio il dolore di sentirmelo dire. Ma la protezione ha un prezzo alto, perché le rinunce preventive si accumulano in silenzio e a un certo punto la vita si è ristretta senza che ci sia stata una decisione.
Quello che perdiamo, concretamente
Non parliamo di cose astratte. Parliamo della candidatura non inviata, del viaggio rimandato perché «chi me lo fa fare», del corso di nuoto non iniziato, dell'amicizia nuova non coltivata perché a una certa età non si fanno più amicizie. Parliamo anche di salute: chi pensa che un acciacco sia inevitabile tende a non parlarne e a non farsi controllare, e questo è il punto in cui l'auto-ageismo smette di essere una questione di autostima e diventa una questione pratica.
C'è poi una perdita meno visibile: la trasmissione. Le ragazze che ci stanno intorno — figlie, nipoti, colleghe più giovani — imparano da noi come si invecchia. Se ci sentono scusarsi per il proprio volto, impareranno a scusarsi per il loro, con vent'anni di anticipo.





