Il Giappone è uno di quei viaggi che si sognano per anni e si organizzano in tre settimane di panico. Il problema non è la mancanza di informazioni: è l'eccesso. Mappe, forum, liste di cose imperdibili, itinerari altrui copiati e incollati finché l'agenda sembra un orario ferroviario. Eppure basta cambiare l'ordine delle decisioni per rimettere tutto in fila, perché in Giappone ogni scelta ne condiziona un'altra: la stagione decide i vestiti e l'affollamento, il numero di città decide quante notti sprechi in trasferimento, il tipo di alloggio decide quanto bagaglio puoi permetterti. Si comincia dall'alto.
Prima decisione: quando, e non dove
La stagione non è un dettaglio romantico, è la struttura del viaggio. La primavera dei ciliegi e l'autunno delle foglie rosse sono i periodi più fotogenici e anche i più contesi: gli alloggi nelle città principali si esauriscono con largo anticipo e i luoghi iconici si visitano meglio all'apertura. L'estate è calda e umida in modo impegnativo, con temporali pomeridiani, e conviene a chi punta sulle montagne o sul nord. L'inverno è sottovalutato e bellissimo: cielo limpido a Kyoto, onsen fumanti, città vuote. Esistono inoltre periodi di festività interne in cui si muove tutto il Paese e i trasporti si riempiono: vale la pena verificarli sul calendario dell'anno in corso prima di fissare le date, perché possono cambiare completamente l'esperienza.
Seconda decisione: la forma dell'itinerario
L'errore classico del primo viaggio è il collezionismo: Tokyo, Kyoto, Osaka, Hiroshima, Kanazawa, Nara, il monte Fuji, tutto in dieci giorni. Il risultato è una vacanza passata a fare e disfare valigie. Molto meglio ragionare per basi: due o tre città in cui dormire più notti, con escursioni in giornata attorno. Da Kyoto si raggiungono facilmente Nara e Osaka; da Tokyo si arriva in poche ore alla costa o alle montagne. Una regola pratica che funziona: mai meno di tre notti per base, e un giorno «vuoto» ogni quattro, senza programma, perché è lì che succedono le cose che poi racconti. Se hai due settimane, tre basi sono il massimo ragionevole; se ne hai una, due.
Terza decisione: come ti muovi
Solo a questo punto ha senso ragionare sui treni. Esiste un pass nazionale per i turisti stranieri e ne esistono molti regionali: la convenienza dipende interamente dalla distanza che percorri davvero, quindi il calcolo va fatto dopo aver disegnato l'itinerario, non prima, e sulle tariffe ufficiali aggiornate. Per gli spostamenti urbani la vita cambia con una carta prepagata contactless da appoggiare ai tornelli della metropolitana e usare anche nei konbini. Due accorgimenti che nessuno racconta abbastanza: i treni ad alta velocità hanno spazio limitato per le valigie grandi, e in Giappone esiste un servizio di invio bagagli da hotel a hotel molto diffuso ed efficiente. Spedire la valigia grande e viaggiare con uno zaino per una o due notti è il trucco che rende i trasferimenti leggeri.
Quarta decisione: il ritmo delle giornate
Le città giapponesi funzionano per quartieri, non per monumenti sparsi. Raggruppa le visite per zona e tieni conto di un dato banale ma decisivo: molti templi e giardini chiudono nel tardo pomeriggio, mentre mercati, izakaya e vita notturna cominciano quando tu saresti già rientrata. Una giornata ben costruita parte presto per i luoghi affollati, rallenta a metà pomeriggio con un bagno caldo o un caffè, e riparte la sera. Sui pasti, togliti il peso della prenotazione perfetta: si mangia benissimo nei piccoli locali con il distributore di biglietti all'ingresso, ai banchi dei grandi magazzini, nei konbini. Prenota uno o due posti che ti interessano davvero e lascia il resto al caso.
Quanti giorni servono per un primo viaggio in Giappone?
Dieci giorni pieni sono il minimo per non vivere in valigia, e due settimane sono la misura in cui il viaggio diventa davvero godibile, perché permettono di aggiungere una terza base e di assorbire il fuso orario nei primi due giorni senza bruciarli. Se hai solo una settimana, rinuncia senza rimpianti alla seconda metà del Paese e concentrati su un'area: tornerai, succede quasi sempre.
Serve sapere il giapponese per cavarsela?
No, anche se qualche parola di cortesia e la capacità di riconoscere i caratteri delle stazioni rendono tutto più scorrevole. Le indicazioni nelle grandi città e sui trasporti sono quasi sempre anche in alfabeto latino, le app di traduzione con la fotocamera risolvono i menù, e la gentilezza con cui si viene aiutati chiedendo scusa e indicando una mappa è una delle cose che più sorprendono al rientro.











