Ho ancora impresso il profumo immaginario di quella cucina, dove mia madre preparava le solite patate alla paprika mentre io la ascoltavo a bocca aperta. "Sei così intelligente, tesoro", mi diceva. E ricordo bene come quelle parole si ripetessero più volte, attaccandosi a me come una calamita, diventando una sorta di fortezza ogni volta che i dubbi provavano a farsi strada.
A volte vorrei che non mi avessero lodato solo per l'intelligenza
Gli anni sono passati, le scuole sono andate e venute, ma l'ansia da prestazione mi è sempre rimasta sulle spalle. L'aspettativa di dover essere il migliore in ogni cosa che facevo pesava su di me come un macigno.
Alle superiori, mentre mi preparavo per una gara di matematica, mi colpì all'improvviso una consapevolezza: non facevo le cose perché mi interessavano davvero, ma perché volevo essere all'altezza dell'immagine che gli altri avevano di me.
Ricordo una sera in cui mi ero sdraiato a fissare il soffitto. I pensieri giravano e rigiravano attorno alle stesse domande: "E se non fossi poi così intelligente? E se l'unica cosa che mi spinge fosse il bisogno di soddisfare le aspettative?"
Quell'ansia da prestazione a volte mi stordiva, altre volte mi faceva andare avanti come un instancabile robot. Secondo gli psicologi — pensiamo per esempio al lavoro di Carol Dweck — questo tipo di lodi rafforza in noi una mentalità fissa, quella sensazione che l'intelligenza sia qualcosa di immutabile e che non possiamo davvero crescere oltre un certo punto.
Se anche tu ti riconosci in questa spirale, forse ti interessa capire come quel senso di colpa nascosto possa continuare a influenzarti da adulto.
Nonostante lo smarrimento e l'insicurezza interiore, oggi ho in qualche modo fatto pace con il passato. Ho capito che la mia autostima non dipende soltanto dai vezzeggiativi dell'infanzia. Eppure, ancora oggi, l'eco di quelle parole torna a farsi sentire, soprattutto quando mi trovo davanti a una nuova sfida.
Forse i riconoscimenti del passato continuano a plasmare il mio modo di affrontare i compiti che mi aspettano. Ma sta prendendo forma anche una prospettiva diversa. Sto imparando a interpretare il valore del riconoscimento in un altro modo, e a trovare qualcosa di prezioso in me stesso anche quando non sto dando il massimo dal punto di vista intellettuale.
Perché lodare un bambino dicendogli "sei intelligente" può essere un problema?
Secondo studiosi come Carol Dweck, questo tipo di lode può rafforzare una mentalità fissa, cioè l'idea che l'intelligenza sia immutabile. Da adulti, questo può tradursi in ansia da prestazione e nella paura di non essere all'altezza.
Cos'è l'ansia da prestazione legata all'infanzia?
È la sensazione costante di dover essere sempre i migliori per corrispondere all'immagine che gli altri si sono fatti di noi. Come raccontato nell'articolo, può accompagnarci per anni e farci fare le cose per compiacere gli altri più che per interesse reale.
Si può fare pace con questo tipo di condizionamento?
Sì. Come emerge dal racconto, è possibile capire che la propria autostima non dipende solo dalle lodi ricevute da bambini, e imparare a trovare valore in sé stessi anche al di là della prestazione.











