Il mio sabotatore interiore ha lottato fino all'ultimo secondo. Quella mattina l'ho trascorsa a fabbricare scuse di rara maestria: troppo lavoro, sono stanca, in fondo non è poi così grave, me la cavo da sola — del resto, fino ad oggi ce l'ho sempre fatta…
Solo dopo ho capito con chiarezza che quella resistenza era l'ultima, disperata linea difensiva della mia zona di comfort. Il mio ego sarebbe stato disposto a tornare a crogiolarsi nel solito pantano tiepido pur di non affrontare l'ignoto. Perché il pantano, per quanto stagnante, almeno è familiare. Ma avevo bisogno di fare un respiro profondo e smettere di parlare di cambiamento — e finalmente sedermi su quella sedia.
Per anni ho creduto che la consapevolezza di sé fosse un hobby intellettuale
Qualcosa da coltivare a distanza di sicurezza: corsi di gruppo, libri di psicologia sul comodino, podcast ascoltati durante il tragitto in metro. Nel mondo di oggi è fin troppo facile cadere nell'illusione della "persona informata": si leggono articoli, si seguono conferenze, e si finisce per credere che sapere equivalga a guarire.
Annuivo saggiamente ai workshop: "Sì, capisco esattamente perché reagisco così — è il mio schema d'infanzia." Gli anni passavano, però. Le grandi illuminazioni rimanevano sullo scaffale, come enciclopedie belle da vedere ma mai aperte. La teoria c'era tutta. Il mio modo di funzionare non era cambiato di un millimetro.
Gli incontri di gruppo avevano preparato il terreno, ma a un certo punto ho dovuto ammettere che la dimensione collettiva può diventare anche un rifugio comodo. È straordinariamente facile nascondersi dietro le storie degli altri, annuire ai blocchi del vicino mentre le proprie domande più scomode vengono rimand ate a data da destinarsi. Credevo che capire i meccanismi fosse già metà del lavoro. Ma il vero cambiamento ha richiesto qualcosa di diverso: mettere da parte le teorie e accettare l'intimità — a tratti scomoda, ma trasformativa — di un percorso individuale. Faccia a faccia con qualcuno che non è mia amica, non è la mia famiglia, e che non mi lascia aggirare i miei stessi confini.
Quando finalmente mi sono decisa e ho varcato quella porta, la terapeuta mi ha accolto con un mezzo sorriso e una sola frase: "Dev'essere andata davvero male, se dopo tutto questo tempo hai deciso di venire."

Aveva ragione. Quella frase — ironica e calda al tempo stesso — ha centrato il bersaglio: tendiamo a pensare che la terapia sia il salvagente di ultima istanza, quello a cui aggrapparsi solo quando tutto è già andato in frantumi.
Eppure non è necessario essere in macerie per avere il diritto di stare meglio.
Pensiamoci: non andiamo dal dentista solo quando il dolore è insopportabile e serve un intervento d'urgenza. Facciamo controlli regolari, pulizie, prevenzione — perché sappiamo che costa meno, in tutti i sensi, intervenire prima. Prendersi cura della propria vita emotiva è igiene, non lusso — o almeno, dovrebbe esserlo. Non bisognerebbe aspettare il crollo totale per iniziare a occuparsi di sé: sciogliere i blocchi, fare manutenzione ordinaria, affinare la propria consapevolezza è un lavoro prezioso quanto — se non più di — la gestione delle crisi acute.
Non la fine del mondo, ma uno specchio nitido
Cosa è successo dopo quella prima seduta? Comincio da ciò che non è successo: nessuna catastrofe. Niente silenzi imbarazzanti, niente interrogatori kafkiani. Al loro posto, un senso di sollievo enorme, quasi fisico. Ho detto ad alta voce cose che prima sussurravo appena, ho risposto a domande che non osavo pormi, ho trovato comprensione proprio lì dove avevo chiesto aiuto.
Ho realizzato quanto fosse estenuante portare da sola tutti i miei dilemmi interiori, fingere di avere tutto sotto controllo, "risolvere" me stessa in continuazione. Su quella sedia non dovevo essere forte — dovevo solo esserci. E questo ha fatto una differenza enorme.
Già dopo il primo incontro ho capito che la terapia non è un pozzo buio in cui vieni gettata, ma uno specchio pulito e senza distorsioni. Certo, ogni volta che si avvicina la seduta successiva vorrei essere altrove. Per quanto stimi la mia terapeuta, non attendo quegli appuntamenti con entusiasmo. Ma so esattamente perché: perché mi mostra anche quello che preferirei non vedere. E guardare in faccia la realtà è l'unico modo per andare avanti davvero.











