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Madri in minigonna: perché giudichiamo chi resta donna anche dopo il parto?

Barbara Conti3 min di lettura
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Madri in minigonna: perché giudichiamo chi resta donna anche dopo il parto? — Lifestyle

Per qualche motivo fatichiamo ancora ad accettare che una mamma sia anche una donna. Sui social leggiamo ogni giorno commenti sotto foto di mamme che si vestono in modo audace o, a mio avviso, semplicemente normale — con minigonne, abiti aderenti o shorts corti. I commenti sono sempre gli stessi: “Una mamma non dovrebbe vestirsi così.” “Dovrebbe pensare anche ai figli.” “Non le si addice più.” Come se la maternità significasse rinunciare a se stesse. Come se dopo il parto dovessimo automaticamente dire addio al nostro corpo, ai nostri desideri, alla nostra femminilità.

In realtà la maternità non cancella la donna. Restiamo persone con un corpo, sentimenti e desideri propri. Il nostro corpo è lo stesso, solo con nuove esperienze. Il parto, l’allattamento, le notti insonni lasciano il segno, ma resta nostro. Non appartiene alla comunità, non alla società. Non al vicino che si sente in diritto di giudicare se una mamma con tre figli posta una foto in crop top in spiaggia. E nemmeno a chi commenta che “una mamma non dovrebbe più indossare certi vestiti”.

Sempre belle anche da mamme

La radice del problema è profonda: la nostra società usa ancora due pesi e due misure

Una mamma “non deve essere provocante, non deve essere sexy, non deve mettersi in mostra” — ma se il marito la lascia, la prima domanda è sempre “perché?”. La risposta spesso è un’alzata di spalle: “Sicuramente si è trascurata.” “Non era più come quando si sono conosciuti.”

Quindi se una mamma continua a comportarsi da donna, viene criticata, ma allo stesso tempo si dà per scontato che in questo ruolo desessualizzato non possa aspettarsi attenzione o amore. Questa aspettativa sociale è una gabbia stretta senza buone risposte. Solo senso di colpa e pressione a conformarsi.

Per molti questa frase suonerà strana: è assolutamente normale che una mamma resti un essere sessuale. Non deve nascondersi, non deve relegare in fondo all’armadio minigonne o abiti scollati solo perché ha avuto un figlio. Crescere un bambino non significa rinunciare a se stesse. La femminilità non è un interruttore che si spegne all’ingresso della sala parto. Non è qualcosa da tenere nascosto. Fa parte di noi, proprio come la maternità.

Naturalmente la vita sessuale dei genitori non riguarda i figli — né quella delle madri, né quella dei padri —, ma non è sano neanche trasmettere loro che le madri non sono donne.

Se non vedono mai la loro mamma godersi il proprio corpo e la propria bellezza, imparano che la femminilità ha una scadenza. Che quando toccherà a loro partorire, dovranno nascondersi. Che essere madre significa mettere se stesse in secondo piano.

Per questo è importante ripensare cosa comunichiamo alle mamme — sia pubblicamente, sia con commenti tra amici o a tavola con la famiglia. La maternità non è un ruolo che annulla la nostra identità, ma un nuovo strato. Si può essere genitori amorevoli, premurosi e presenti, restando donne sexy, attraenti e sicure di sé. E non è solo accettabile, è liberatorio. Non è la minigonna a misurare la maternità — né la società. Conta come amiamo e come restiamo noi stesse.

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