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Il mantra di una donna che ha aiutato milioni di persone a superare l’ansia

Fehér Dia4 min di lettura
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Il mantra di una donna che ha aiutato milioni di persone a superare l’ansia — Salute
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Immagina di vivere durante una pandemia, isolata e senza potere. La tua vita ti sfugge di mano, sei tesa e dormi male. Poi arrivano sintomi strani: il cuore batte forte all’improvviso o ti senti stordita. Lo stomaco si agita e alcune parti del corpo sembrano avere vita propria, urlando a gran voce che qualcosa non va. Hai meno paura della pandemia che della persona che stai diventando. Ma la cosa più spaventosa sono quelle paure invadenti che ti assalgono senza un pericolo reale.

Nel 1927, Claire Weekes, 24 anni, stava vivendo proprio questo. Giovane ricercatrice brillante, era pronta a diventare la prima donna a ottenere un dottorato in scienze naturali all’Università di Sydney. Ma si ammalò di tonsillite, perse peso e iniziò ad avere palpitazioni. Il suo medico locale, con pochi dati, diagnosticò una tubercolosi e la mandò in un sanatorio fuori città.

“Pensavo di stare morendo.”

– scrisse a un’amica. I mesi di isolamento aumentarono solo la sua ansia per i sintomi. Quando la liberarono dopo sei mesi, stava peggio di prima.

Ritratto di Claire Weekes

Il consiglio di un soldato che ha cambiato tutto

Un amico reduce della Prima Guerra Mondiale le spiegò che i soldati con “shock da granata” avevano sintomi simili. Il cuore batteva forte perché avevano paura. “Non combattere la paura”, le disse, “ma lasciala scorrere sopra di te”.

Quella frase divenne una consapevolezza per tutta la vita. Weekes divenne medico e nel 1962 pubblicò il suo bestseller Self-Help for Your Nerves. All’epoca i problemi psicologici si affrontavano soprattutto con l’analisi freudiana: scavare nel passato per trovare la causa. Lei invece propose qualcosa di diverso. “Alzò le persone dal divano” e le rimandò alla vita. Per lei la paura è il motore principale della maggior parte delle sofferenze nervose. Non il problema originale, ma la paura di “cosa mi sta succedendo ora?”.

Disegno vettoriale di una donna da cui escono demoni

Paura primaria e secondaria: la scoperta geniale

Weekes distingueva la paura primaria da quella secondaria. La prima è la reazione automatica di sopravvivenza, oggi chiamata “combatti, fuggi o congelati”. È un allarme fulmineo, che scatta anche senza un pericolo reale, soprattutto in un sistema nervoso “sensibilizzato”.

La paura secondaria è invece il pensiero:

“Oddio, cos’è?”
“E se impazzisco?”
“E se muoio?”

Questa scatena il circolo vizioso paura–adrenalina–paura. Ed ecco il consiglio che ancora oggi suona rivoluzionario: non combattere la paura.

Montaggio di diverse emozioni femminili

Le 4 frasi che hanno aiutato milioni di persone

Weekes riassunse il suo metodo in poche parole: Affronta. Accetta. Fluttua. Lascia scorrere il tempo.

La maggior parte di noi scappa dai sintomi, cerca di controllarli con ansia, monitora il corpo senza tregua, è impaziente e vuole guarire subito.

Per lei “accettare” non significava rassegnarsi, ma lasciare che la paura primaria si calmasse senza alimentare quella secondaria. Era un vero e proprio re-training del sistema nervoso, molto prima che la plasticità cerebrale diventasse un termine di moda.

La scienza ha snobbato, ma le persone no

Nonostante i suoi libri fossero bestseller, la psichiatria la ignorò a lungo. “Consigli da nonna”, dicevano alcuni. Oggi invece molte correnti moderne riflettono i suoi insegnamenti. L’accettazione è una terapia a sé, come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT). Le teorie sul funzionamento nervoso della paura e le ricerche sul trauma di Bessel van der Kolk (The Body Keeps the Score) sottolineano il ruolo chiave di corpo e sistema nervoso. Weekes era semplicemente avanti.

La parte più bella? Non è guarita del tutto

Per molto tempo raccontò di essersi guarita subito dopo il consiglio del soldato. Poi ammise: la sua ansia tornava ciclicamente. Ma non lo vedeva come un fallimento, bensì come un allenamento. Ne scrisse chiaramente: le ricadute fanno parte della guarigione, non sono la prova che “c’è di nuovo un problema”.

Visse fino a 87 anni. Il suo cuore, così impetuoso a vent’anni, batté per altri sei decenni. Prima di morire disse che il suo lavoro sarebbe stato attuale anche tra 50 anni. E aveva ragione. Oggi parliamo di regolazione nervosa, elaborazione del trauma e terapie basate sull’accettazione, ma lei insegnava già allora che il nemico non è la paura, ma il modo in cui la combattiamo. Ed è proprio questo pensiero che ancora oggi libera davvero.

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